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Nostalgia istantanea

Summary:

“Non so se si ricorda, ma ci siamo incontrati in un locale di Milano Sud”

Cosa successe davvero quella sera fra Jacopo, in arte Dargen D’Amico, e Antonio Diodato?

Chapter 1

Notes:

(See the end of the chapter for notes.)

Chapter Text

I suoi sensi furono risvegliati dal quieto aleggiare di profumo di caffè.

Tuttavia, quell’iniziale sensazione piacevole fu istantaneamente sostituita da un pungente dolore che si espandeva dalle tempie a tutta la testa. La gola era secca, e qualsiasi movimento gli era piuttosto difficile da compiere.

Con uno sforzo durato qualche tentativo riuscì ad aprire gli occhi, all’inizio ancora annebbiati.

Solo in un secondo momento, quando la vista tornò più vigile, si rese conto che quello in cui si trovava non era decisamente il letto della sua camera d’albergo, e l’arredamento minimal attorno a sé non vi aveva niente a che fare.

Quella realizzazione gli consentì di trovare le forze per alzarsi, scacciando via le morbide coperte che fino a poco prima lo avevano avvolto. Una volta in piedi, si rese conto di indossare ancora i vestiti con i quali si era presentato alla festa della notte precedente, fatta eccezione per le scarpe.

Come in una sorta di trance proustiana, gli stralci di ricordi della sera appena trascorsa gli tornarono alla mente, simile a una sorta fiume in piena di immagini confuse. La festa, i suoi amici, come si era lasciato andare al divertimento. Si era ubriacato fino a star male, cosa che succedeva molto di rado visto che non amava quel tipo di ‘divertimenti’, tuttavia era evidente che si era concesso uno strappo alla regola.

Fu in quel momento che un’immagine si fece spazio nella sua mente, nitida rispetto alle altre, seppure del tutto sconnessa: un paio di occhiali da sole con le lenti a specchio, tramutatisi in un caleidoscopio ipnotico sotto le luci colorate e accecanti del locale. Ci mise poco a collegare i punti rimanenti per realizzare che non si trovasse in un appartamento qualunque.

Uscì dalla stanza a passi lenti, nonostante la lucidità ritrovata il dolore alla testa martellava furioso, e in quel momento gli venne spontaneo maledirsi per aver avuto la geniale idea di ubriacarsi in discoteca come un qualsiasi adolescente alle prime esperienze. Nel frattempo, percorse con una certa diffidenza il corridoio che si era trovato davanti, guardandosi intorno mentre seguiva quel persistente aroma di caffè che lo aveva svegliato, quando infine, sulla sinistra, vide aprirsi lo spazio di una cucina open space.

Davanti ai fornelli, gli dava le spalle una figura dalle spalle larghe, in canottiera, calzoncini e ciabatte, intento ad armeggiare con una caffettiera.

Rimase ad osservare per qualche secondo, studiando i dettagli di quella figura, notandone le spalle possenti, i capelli castani chiari, ricci e un po’ disordinati. Quella vista gli fece momentaneamente dimenticare la situazione nella quale si trovava, e si ritrovò a stupirsi di come il battito del proprio cuore avesse d’improvviso accelerato.

Quasi come se avesse percepito la sua presenza, l’uomo si voltò in sua direzione, rivelando un viso che poteva essere solo familiare per Antonio.

“Ben svegliato.” Lo salutò Jacopo, il volto incorniciato dalla barba ben curata era tirato in un’espressione in quel momento indecifrabile.

“Che è successo ieri sera?” Domandò per tutta risposta il più giovane, ancora incerto su come comportarsi. Di sicuro, gli era difficile formulare una frase più ragionata, mentre un paio di occhiali da sole scuri posava il proprio sguardo imperscrutabile su di lui.

Jacopo, dal canto suo, si accarezzò la barba in maniera distratta, per poi incrociare le braccia davanti al petto.
“Una festa indimenticabile, credimi, ci saresti dovuto essere.”

L’ironia di quella frase mista a un eccessivamente marcato accento milanese furono sufficienti per far alzare gli occhi al cielo ad Antonio, già limato nella pazienza dal martello pneumatico che gli tormentava la testa.

“Non è uno scherzo, Jacopo. Che ci faccio qui?” Ripeté, con tono controllato, come se stesse parlando con un bambino a cui bisogna spiegare le cose un poco alla volta.

Il più grande rimase stupito nel sentire il proprio nome pronunciato da Antonio, non pensava che potesse ricordarlo con tale facilità, e si rese conto di come quella prospettiva lo facesse sentire un po’ più vulnerabile.

“Eri ubriaco, non eri in grado di andare via da solo, così ti ho portato con me e ho fatto in modo che non facessi altre pazzie. Non è una storia interessante, non penso che tu voglia ascoltarla.” Liquidò la domanda, alzando le spalle in segno di noncuranza.

“Comunque puoi sederti, non ho piazzato dei petardi sotto al tavolo, anche se comprendo tu possa insinuarlo.” Aggiunse neutro, mentre posava la caffettiera fumante, assieme a un centrotavola, sul piano immacolato dell’isola della cucina.

“Ti ringrazio. Non ricordo molto della festa, perciò penso proprio che non sarei stato nelle capacità di tornare in hotel da solo.” Pronunciò quelle parole senza incontrare le lenti scure posate su di lui, ma raggiungendo la tazzina che il più grande gli porse, per poi versarsi del caffè.

Calò il silenzio nella stanza, così Antonio si limitò a sorseggiare piano la bevanda calda la quale calmò, seppur momentaneamente, il mal di testa atroce che lo stava tormentando. Quel silenzio da parte di Jacopo lo metteva piuttosto a disagio, innanzitutto perché non ne comprendeva il motivo, e poi perché aveva come la sensazione che il più grande provasse una certa avversione nei suoi confronti.

Il pensiero lo feriva, almeno in parte: per ciò che ricordava della serata appena trascorsa, aveva sentito una certa connessione fra sé e il cantautore milanese, ma era evidente che i suoi guai da ubriaco ne avessero suscitato un malcelato sentimento di indifferenza. Oppure erano state semplicemente tutte sue fantasie, e colui che aveva davanti altri non era che il solito, indecifrabile e sarcastico Dargen D’Amico.

“Quindi, non ricordi proprio niente di ciò che è successo ieri?” Fu Jacopo a rompere l’imbarazzo, per sua stessa sorpresa. Quella domanda lo aveva tormentato tutta la notte, e sebbene avesse tentato di costruire un muro d’indifferenza fra lui e Antonio, non riusciva a nascondere il dubbio che lo divorava, persino in quel momento.

L’espressione in risposta del più giovane, del tutto immemore di quanto capitato, lasciò trasparire un certo divertimento.
“Non serve prendermi in giro, sono consapevole di essere imbarazzante da ubriaco, mi pento della maggior parte delle cose che mi succedono. Ma almeno posso dire di non ricordarle.” Concluse con un sorrisetto divertito, terminando il proprio caffè.

L’espressione di Jacopo rimase impassibile; d’altronde, doveva immaginarlo. Antonio doveva sicuramente aver pensato che fosse stato uno dei soliti scherzi: perché mai avrebbe dovuto immaginare che averlo baciato avesse momentaneamente posto rimedio alla spaccatura nel suo animo, dilaniato dal senso di colpa e dall’impotenza?

Come avrebbe potuto anche solo pensare che, nel buio di quella macchina, lo avesse baciato dopo che aveva annullato quel confine che sempre manteneva con il mondo esterno? Non aveva il coraggio di spiegargli che si era sentito, come pochissime volte nella sua vita, come se qualcuno lo avesse davvero capito, e non volesse giudicarlo.

Si detestava per aver baciato Antonio, per aver oltrepassato quel confine, e soprattutto per aver distrutto in una sola semplice mossa ogni possibilità di tenerlo vicino.

“Figurati, e anche se fosse, non c’era niente di importante da ricordare.”

Fu in quel momento che la barriera venne definitivamente ristabilita.

Notes:

È da quando è finito il Festival che non faccio altro che pensare a questi due, di cui (purtroppo) non si è parlato abbastanza, perciò here we are!!
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Premetto che questo è frutto di un’ispirazione del momento perciò non so realmente cosa ne potrà venir fuori, ad ogni modo spero l’idea possa piacervi

n/a Il titolo proviene dall’omonimo album di Dargen

Chapter Text

Prima serata di Sanremo 2024.

 

Nonostante l’orario assurdo, tutti nel retropalco erano incollati davanti agli schermi per assistere all’esibizione di Dargen D’Amico.

Durante le settimane di prove si era diffusa una comune consapevolezza che la penna del milanese avrebbe scatenato un terremoto sul palco del Festival, la potenza delle parole della sua “Onda Alta” era percepibile a chiunque.
Antonio, dal suo canto, aveva cercato di limitare i contatti con Jacopo, dopo quella fatidica festa provava ancora un certo imbarazzo per i risvolti della mattina successiva, e la figura da completo imbranato, incapace a mantenersi entro il proprio limite, che ne era conseguita. Erano passati mesi, eppure quella sera era rimasta impressa nella sua mente, o perlomeno, quelle poche immagini annebbiate e confuse che riusciva a ricordare.

Come da programma, l’esibizione di Dargen fu carica di significato, pur essendo un pezzo dance le parole di quella canzone pesavano come macigni, e suscitarono un applauso fra coloro che, come Antonio, l’avevano seguita.

Il battito di mani si spense però in pochi istanti, non appena quel pittoresco personaggio addobbato di orsetti di peluche cominciò a parlare al pubblico. Antonio ascoltò con ancor più attenzione, annuendo in approvazione. La scelta delle parole non poteva essere più azzeccata, un monito ma allo stesso tempo una richiesta del tutto umana, come se provenisse dallo stesso istinto, una cosa che chiunque avrebbe dovuto fare. Si sentiva orgoglioso della presa di posizione del collega, proprio come quando l’aveva incontrato in quel caotico locale di Milano Sud.
Il suo pensiero successivo fu che, allora, avevano parlato della canzone quella sera, e sicuramente la conversazione era andata avanti su quei termini. Man mano pezzi di ricordi offuscati stavano venendo a galla più nitidi. Riusciva a ricordare dettagli che fino a quel momento non pensava di aver vissuto, sentiva che fosse più vicino a ricomporre i pezzi mancanti.

Quando Dargen terminò di parlare, e il gruppo davanti allo schermo si diradò, il primo istinto di Antonio fu quello di andare all’ingresso delle quinte e congratularsi con Jacopo di persona, gli era profondamente grato per come si fosse esposto sulla questione palestinese, e poi, sentiva che non sarebbe riuscito a far finta di niente ancora per molto. Non ricordava ancora tutto, certo, ma aveva bisogno di chiarire con lui qualunque cosa fosse successa, soprattutto se ce l’aveva ancora con lui.

Ma proprio mentre s’incamminava nel punto dove tutti gli altri artisti erano raccolti un nuovo fiume di ricordi lo investì, senza alcun preavviso: ed ecco allora, i fondamentali pezzi mancanti di quella sera che la sua memoria gli aveva tenuto nascosti fino a quel momento.
E tutto improvvisamente aveva acquisito un senso nuovo.

____________

Antonio si trovava a Milano per trascorrere qualche giorno in cerca di ispirazione (in quel periodo un po’ scarsa) in vista di alcune sessioni di registrazione in studio.
Una notte, si era dato appuntamento in un locale in periferia con alcuni amici, con i quali trascorse buona parte della serata, fra balli e quantità di alcol piuttosto sopra la media. Tuttavia, qualcosa, o meglio qualcuno, aveva attirato la sua attenzione.

Alla postazione del DJ c’era un uomo dagli abiti larghi, un po’ eccentrici, e degli occhiali da sole colorati che riflettevano le luci stroboscopiche della pista da ballo. Sembrava piuttosto concentrato mentre smanettava alla console, le sue mani si muovevano rapidamente da una parte all’altra, con fare quasi febbrile. Ciò tuttavia non gli impediva di muoversi a tempo con la musica, anzi, nonostante fosse piuttosto ovvio che i remix fossero frutto di diverse regolazioni fatte sul momento, quella figura un po’ illuminata, un po’ in penombra a seconda di come si spostassero le luci, si muoveva in maniera abile, con le cuffie poggiate storte sulla testa in modo da permettergli di sentire sia la base che tutto il resto attorno a sé.

Antonio era sicurissimo di averlo già visto da qualche altra parte, ma sul momento gli sfuggiva l’identità di quel volto a prima vista conosciuto, forse un po’ a causa dell’alcol che aveva rapidamente cominciato a scorrergli nelle vene. Ad un certo punto si ritrovò in un angolo un po’ più defilato con un drink in mano, intento a studiare i movimenti di quell’uomo dall’identità sconosciuta, ma allo stesso tempo così familiare, come se si fossero già incontrati.

Inoltre, doveva riconoscere che l’ignoto DJ avesse un fascino tutto suo, per quanto eccentrico: il viso era incorniciato da una barba ben curata, in contrasto con i capelli ricci castani e leggermente scompigliati dalle cuffie. L’unica incognita erano gli occhi, celati da quel paio di lenti specchiate, quasi ipnotiche ora che le osservava meglio nel tentativo di scorgere uno sguardo al di là di esse, come a cercare con il solo contatto visivo di attirare la sua attenzione, almeno per un istante.

Tuttavia, ben presto fu riscosso dai propri pensieri quando i suoi amici lo riportarono sulla pista da ballo. La serata proseguì allora, anche se non poté fare a meno di lanciare delle occasionali occhiate verso la console, sempre a debita distanza. Non sapeva se fosse per effetto dei drink o meno, ma ogni tanto aveva la sensazione che quegli occhiali colorati ricambiassero il suo sguardo.

Attorno alle cinque la gente stava man mano diminuendo sulla pista, i suoi amici erano tornati a casa, e la stanchezza mista all’alcol stavano sortendo un certo effetto su Antonio, il quale iniziava a non reggersi più di tanto sulle proprie gambe.

Si recò allora al bancone del bar, non tanto con l’intenzione di prendersi un altro drink, quanto di trovare un appoggio stabile al quale tenersi. Queste innocue intenzioni furono presto dimenticate non appena ordinò l’ennesimo gin tonic, senza stare a pensarci troppo.

La musica attorno a sé sembrava essere cambiata, non era più così movimentata, e pareva quasi un flebile rumore di sottofondo mentre sorseggiava dal suo bicchiere, totalmente immerso in un mondo tutto suo. Tutto a un tratto, sentì qualcuno sfiorarlo di lato, ma non vi diede molto peso, era troppo concentrato sul bicchiere che aveva in mano.

Ciò che attirò la sua attenzione però, e risvegliò la parte razionale del suo cervello fino a quel momento sopita, fu la voce del cameriere. “Che serata Dargen.” Furono queste le parole da lui pronunciate, ma bastarono per sbloccare qualcosa in Antonio, il quale improvvisamente sentì l’esigenza di tirarsi uno schiaffo sulla fronte: come poteva non averlo riconosciuto prima?

E vedendolo di fianco a sé, poggiato contro il bancone in attesa del proprio drink, con gli immancabili occhiali da sole e l’espressione sempre indecifrabile, non poté che confermare quella teoria: il ‘misterioso’ DJ altri non era che il rapper e cantautore milanese Dargen D’Amico. Non sapeva per quanto rimase a guardarlo, se per qualche istante o per dei minuti, ormai la sua percezione del tempo era del tutto distorta, ma ad un certo punto Dargen si voltò verso di lui, e gli sorrise, quasi stupito di vederlo là.

“Beh, stasera sono stato fortunato. Qui c’era qualcuno che poteva farmi sfigurare.” Commentò in direzione del cameriere, il quale gli porse un bicchiere pieno fino all’orlo di un qualche miscuglio di colore verde.

Con lucidità parzialmente ritrovata (o meglio, così pensava) Antonio prese un po’ di coraggio e si rivolse al milanese, sperando di non risultare così messo male come in realtà era. “Antonio, piacere.”

L’altro sembrò ancor più stupito da quel gesto, ma non si scompose più di tanto, e gli strinse la mano in saluto. “Jacopo, e il piacere è tutto mio. Non capita tutte le sere di trovarsi di fianco a una delle voci più eleganti di tutto il repertorio italiano.”

Antonio sorrise a quelle parole, lusingato dal complimento del collega. Prima che potesse replicare, la musica riprese di nuovo vigore, e la gente rimasta si riversò ancora una volta nella pista da ballo.

Jacopo allora gli mise una mano dietro la schiena, e gli fece cenno con la testa se volesse unirsi a quella folla. Quel tocco gli provocò un brivido nel punto in cui la mano del più grande si era posata, come se essa avesse dato vita a una piccola scarica elettrica, che lo raggiunse dall’interno. Non sapeva come dire di no in un momento del genere, perciò non ci pensò due volte, e lo seguì facendosi spazio in mezzo a tutte quelle persone. Si ritrovarono di nuovo uno davanti all’altro, mentre Jacopo si muoveva a tempo di musica.

“Non per farmi gli affari tuoi, ma devo dire che è inusuale trovarti in un locale di Milano Sud.” Gli disse quest’ultimo, avvicinandosi al suo orecchio per farsi sentire meglio. Il suo respiro era caldo, e da quella vicinanza poteva percepire un vago aroma di alcol misto a tabacco e alla stessa acqua di colonia utilizzata da Jacopo. Un mix che mandò i sensi di Antonio completamente in tilt, e lo portò a voler cercare ancora un po’ di vicinanza alla figura del milanese.

“Cerco ispirazione, vorrei partecipare al prossimo Sanremo.” Gli spiegò poi, ma non sembrava molto in grado di reggersi da sé, e infatti Jacopo gli mise un braccio attorno al bacino in modo tale da sorreggerlo. Antonio allora posò la mano sulla sua spalla, così da potersi tenere meglio.

“Strano modo di cercare ispirazione per uno come te.” Commentò divertito, sempre facendo attenzione a tenerlo, ma anche così l’equilibrio del più giovane era alquanto malfermo, perciò decise di portarlo in un tavolo, in un angolo più appartato del locale. Il più giovane lo seguì senza batter ciglio, era in stato di completa trance.

“Sanremo eh? Anch’io vorrei partecipare, sto lavorando a un pezzo proprio in questo periodo.” Aggiunse, una volta che entrambi si furono accomodati sul divanetto.

Nel frattempo che Antonio formulava una risposta sensata nella propria testa, osservò come Jacopo tirò fuori dalla tasca quella che sembrava essere una canna, e se l’accese. Solo allora prese parola. “Di cosa parla la tua canzone?” Domandò, mentre con lo sguardo seguiva il modo in cui il milanese avvicinò lo spinello alle proprie labbra, e ritrovandosi per sua stessa sorpresa a chiedersi che sapore dovessero avere. Non capiva come ciò fosse possibile, ma si sentiva come se avesse il bisogno di sapere come si sentissero sulle proprie.

Jacopo, dal suo canto, dopo aver inspirato un po’ del fumo, si sistemò meglio al proprio posto, il braccio comodamente appoggiato allo schienale del divanetto. “Vuoi una risposta seria o quella che darei a un qualsiasi giornalista poco interessato?” Rilanciò, studiando l’espressione vagamente vacua del proprio interlocutore. Era stupefacente come non fosse ancora collassato sui cuscini del privé, sembrava aver bevuto decisamente oltre le sue possibilità.

“Ti sembro un giornalista poco interessato?” Ribatté a quel punto Antonio, risvegliato dal momento di trance in cui era di nuovo caduto, quasi offeso per quella domanda. D’altronde, stavano dalla stessa parte, no?

Per la prima volta in tutta la serata, Jacopo sorrise in maniera spontanea. Ormai era raro che gli capitasse, non capiva neanche più quando stesse sorridendo perché fosse obbligato a farlo, o perché se lo sentisse davvero. In quel momento però, era più che sincero. E più tardi avrebbe capito che gran parte del merito era da riconoscere a una versione che mai avrebbe pensato di incontrare di Antonio Diodato.

Fu allora che si lanciò in un racconto appassionato di come, a partire dalla propria storia famigliare, avesse sentito la necessità di dare vita a un pezzo che denunciasse la terribile realtà di chi cerca di scappare dalla propria terra nella speranza di un futuro migliore. Gli spiegò come stesse lavorando a delle sonorità che potessero rimanere impresse al pubblico, un po’ come era capitato con ‘Dove Si Balla’ e altri suoi recenti successi, ma in chiave più cupa, come se volesse raccontare una favola gotica dalla morale nascosta, anche se di fantasia c’era ben poco.

Antonio l’ascoltava assolutamente rapito, d’improvviso era così lucido che quasi non sentiva più l’effetto dell’alcol. Era colpito dal racconto del più grande, ma soprattutto non poté fare a meno di pensare quanto la sua vena artistica fosse geniale. Sapeva che Jacopo non fosse nuovo a includere la critica sociale nei propri testi, aveva avuto modo di ascoltare qualche suo pezzo di tanto in tanto, ma questa volta sembrava che ci fosse di più. Appariva profondamente toccato dalla questione, e il modo in cui ne parlava aveva smosso qualcosa nell’animo di Antonio. Avrebbe voluto ringraziarlo, non aveva neanche sentito la canzone ma già pensava che avrebbe avuto un impatto pazzesco sul palco di Sanremo, e di questi tempi c’era davvero bisogno che qualcuno mettesse l’accento sulle tragedie quotidiane nel Mediterraneo.

“Non vedo l’ora di ascoltarla. E voglio complimentarmi con te, perché ci vuole coraggio a portare un pezzo del genere su quel palco. Spero che sia un successo.”
Non era molto soddisfatto di come avesse dato voce a quei pensieri, ma era sicuro che ci sarebbe stata l’occasione per esprimerli al meglio, magari quando entrambi sarebbero stati più lucidi e consapevoli. Perché sì, già sentiva la necessità di rincontrarlo fuori da quel locale, ed era abbastanza sicuro che ciò non sarebbe cambiato neanche dopo aver smaltito la sbronza.

Dal canto suo, Jacopo inspirò a pieni polmoni il fumo proveniente dalla canna, la quale mista a qualche drink bevuto durante la serata cominciava a far sentire il proprio effetto. Non appena terminò di parlare, girò la testa verso Antonio, e lo trovò ad osservarlo in silenzio, come se lo stesse studiando.

Avrebbe voluto rispondere alle sue parole, ma d’improvviso gli mancava la voce per esprimerle, assuefatto dallo sguardo sorprendentemente magnetico del più giovane. E doveva ringraziare che ci fossero i suoi immancabili occhiali a fargli da scudo, altrimenti sarebbe stato difficile spiegare al proprio interlocutore il motivo per cui i suoi occhi si fossero d’un tratto abbassati sulle sue labbra. Forse era l’erba, forse l’alcol o molto più semplicemente il fatto che durante la conversazione si erano man mano avvicinati l’uno all’altro, e non solo fisicamente, ma c’era qualcosa in Antonio che in quel momento lo stava attraendo e non poco.

Aveva avuto sempre una certa ammirazione per lui come artista, non erano casuali le parole che gli aveva rivolto al bancone del bar. Tuttavia, c’era qualcosa di più della semplice stima dietro ai sentimenti nutriti verso il collega. Un senso di protezione, forse, per il modo in cui appariva così candidamente vulnerabile nello stato offuscato in cui si trovava. E poi, aveva notato come Antonio l’aveva guardato per tutta la sera, anche se una parte del suo cervello cercava in ogni modo di convincerlo che fossero solo sue fantasie.

Sì, era decisamente attratto da lui, ma per il momento preferiva tenere quel sentimento per sé. Non che si fosse mai curato di come le sue azioni potessero influenzare la sua vita professionale (di base aveva sempre fatto un po’ di testa sua, e i risultati si potevano vedere), ma mai avrebbe voluto approfittare della poca lucidità del collega.

Antonio cominciava a percepire una certa sonnolenza, probabile che gli innumerevoli drink stessero di nuovo facendo sentire il loro effetto, ma voleva restare là, continuare a parlare con Jacopo, sentire cosa avesse da dire, conoscere altri lati di quell’uomo rivelatosi così profondo e gentile.

“Perché porti sempre gli occhiali?” Ecco, questo era un ottimo modo per mandare tutto all’aria, se c’erano domande stupide che potesse fare di sicuro quella era in cima alla lista, per distacco. Tra tutte le cose che potevano venirgli in mente, aveva scelto proprio quella peggiore. E tanti saluti al cercare di portare avanti una conversazione seria.

Jacopo inizialmente fu colto di sorpresa, non si aspettava proprio che il loro scambio si spostasse su quel tema, tuttavia non si scompose, e decise di mantenere la filosofia adottata da quando avevano iniziato a parlare. D’altronde, si fidava di Antonio, perciò non aveva alcun problema a toccare un argomento così delicato. “Mi servono per separare il personaggio pubblico dalla vita privata. Almeno se faccio qualche cazzata la gente se la prenderà con Dargen, non con Jacopo. Non voglio mostrare tutto di me, è un modo per proteggermi, e con il tempo ho capito che è sempre più importante separare questi due aspetti della mia vita.” Il più giovane sembrò riflettere su quell’affermazione, ma alla fine annuì convinto.

“È una scelta intelligente, credo...” Ormai le parole gli uscivano senza che neanche ci riflettesse sopra. Suonavano trascinate, come se faticassero, e man mano lui stesso cominciava a faticare per star seduto, tanto che Jacopo si avvicinò per evitare che si riversasse sul divanetto.

“Anto, mi sa che te hai bisogno di tornare a casa.” Commentò quest’ultimo, con aria di vaga preoccupazione, e lasciando che il collega si poggiasse contro la sua spalla.

“Sto in un hotel in centro, dovrei prendere un taxi.” Rispose in maniera flebile Antonio, che nel frattempo aveva cominciato a socchiudere gli occhi. Attorno a lui qualsiasi cosa girava vorticosamente, l’unica cosa ferma era la figura (con sua stessa sorpresa) possente del più grande, il quale si stava già attivando per aiutarlo ad alzarsi.

“Starai da me allora, non è una buona idea lasciarti da solo, almeno per stanotte.” Non sapeva se quelle parole le avesse pronunciate per se stesso o per Antonio, in ogni caso non stette a pensarci più di tanto, e non senza qualche difficoltà riuscì ad uscire dal locale con il più giovane sottobraccio.

L’aria gelida della notte milanese (o mattina presto, a seconda dei punti di vista) investì entrambi, tanto che i loro respiri si trasformavano in fumo al contatto con essa.

Jacopo si guardò intorno per vedere se ci fosse qualche taxi parcheggiato, ma la strada era vuota. “E ti pareva.” Protestò fra sé con vago disappunto, conscio del fatto che avrebbero dovuto aspettare prima che ne arrivasse uno.

Antonio, dal canto suo, si trovava piuttosto bene aggrappato al braccio di Jacopo, poteva inspirare il profumo della sua acqua di colonia, sentirne i muscoli un po’ tesi (probabilmente per lo sforzo di sorreggerlo), e tutto sommato non gli sarebbe dispiaciuto se fossero rimasti là ancora per un po’.

Caso volle che quel desiderio rimase inappagato, poiché solo un paio di minuti dopo, Jacopo vide un taxi vuoto procedere nella loro direzione, così lo bloccò e questi accostò per far sì che salissero.
Antonio si sedette per primo sotto gli occhi vigili del suo accompagnatore, attento che non rischiasse di perdere l’equilibrio, infine quest’ultimo lo seguì all’interno dell’abitacolo dove, a separarli dalla parte anteriore, c’era un vetro oscurato, che si poteva far scorrere per comunicare con l’autista.

Una volta indicato l’indirizzo, Jacopo si lasciò andare contro il sedile, e tirò un sospiro. Mai avrebbe pensato che in un sabato sera qualunque si sarebbe ritrovato a condividere il viaggio di ritorno a casa con Antonio Diodato ubriaco marcio. Questa riflessione gli fece spostare d’istinto lo sguardo sul più giovane, che era si era appoggiato contro la portiera dell’auto.

Dal modo in cui il suo petto si alzava e si abbassava in maniera lenta e regolare Jacopo dedusse che stesse dormendo, perciò si prese del tempo per osservarlo meglio, ora che non c’erano più le luci ipnotiche del locale a distorcere tutto.

Le labbra del più giovane erano incurvate in un sorriso accennato, il viso del tutto disteso, pacifico, come se ogni cosa attorno a lui non esistesse. Gli venivano in mente almeno un paio di versi con cui avrebbe potuto rappresentare quella scena, ma pensava che non fossero abbastanza per rendere giustizia a quella che, in un momento che non avrebbe saputo reputare se di lucidità o di completo delirio alcolico, gli pareva a tutti gli effetti una visione angelica. Il dolcevita bianco indossato da Antonio sotto la giacca per metà aperta non faceva altro che avvalorare quella tesi, e cominciò a chiedersi se in realtà non stesse immaginando tutto, e l’incontro di quella sera non fosse altro che frutto di qualche fantasia piuttosto fervida data dal mix di alcol e fumo.

Eppure, Antonio era lì addormentato, poteva allungare la mano e accarezzargli la gamba, a pochi centimetri dalla sua, se lo avesse voluto. Avrebbe potuto assaggiare il sapore delle sue labbra, se solo si fosse sporto verso di lui e si fosse chinato su di esse. E in quel momento, sentiva la necessità di farlo come se ne andasse della sua stessa vita.

“Jacopo?” La voce del più giovane lo riportò bruscamente alla realtà, e si maledì da solo per i pensieri che gli avevano invaso la mente: non poteva permettersi quel tipo di sentimenti, in particolar modo se nei confronti di uno che a tutti gli effetti sarebbe stato un suo futuro collega, se le selezioni del Festival fossero andate per il meglio per entrambi. Doveva riprendere il controllo di sé, e pensare a portare Antonio ‘sano e salvo‘ nel suo appartamento.

“Mh?” Nel frattempo, aveva spostato lo sguardo verso il basso, non volendo incontrare quello del più giovane, d’improvviso più vigile e presente di quanto non fosse stato per tutto il viaggio.

“Grazie per stasera, è bello ascoltarti. Spero che ci sia un’occasione migliore per poterlo fare di nuovo.” A quel punto gli fu difficile non far incrociare i loro sguardi, e anzi, decise di avvicinarsi un po’ a lui.

“Non ho molto di interessante da raccontare, a dire il vero. Ma anche a me piacerebbe rivederti, magari non in un locale di Milano Sud.” Si pentì immediatamente per quella confessione, che voleva fare? Antonio era ubriaco, sicuramente non era neanche consapevole di ciò che stava dicendo, non poteva assecondarlo.
Eppure, per lui, quelle parole significavano tutto, e non fu così stupito nell’accorgersi che il suo cuore aveva preso d’improvviso a battere più forte.

Antonio a quel punto si mise dritto, e si avvicinò a lui. “Prima o poi li toglierai?” Gli domandò, e con un tentativo piuttosto goffo provò a sfilargli gli occhiali da sole.

Senza particolare fatica, il più grande glielo impedì, spostandogli gentilmente la mano di lato, e rivolgendogli un sorriso. “Non stasera, magari quando ci rivedremo.” La distanza rimasta fra loro era piuttosto pericolosa, ma Jacopo si impose ancora una volta di mantenere il controllo sulla situazione, o meglio, sui propri istinti.

A quel punto, il più giovane scosse la testa, come se non capisse il motivo di quel gesto.
“Perché vuoi nasconderti se dietro al personaggio c’è la persona più bella e vera che abbia mai conosciuto?” Domandò, con una semplicità e una sincerità che per Jacopo furono disarmanti.

Quelle parole gli tolsero il respiro dai polmoni: non sapeva come rispondere a una simile domanda, la voce gli si era spenta in gola. L’unica cosa di cui era assolutamente consapevole era che non fosse più in grado di tenere da parte quel sentimento che gli stava contorcendo lo stomaco, e senza alcun preavviso posò una mano dietro la nuca di Antonio, e lo baciò. Fu dolce, quasi timido, intimorito da una possibile reazione di rifiuto, che però non arrivò: il più giovane ricambiò, mentre con una mano gli accarezzava la barba, morbida e ben curata, proprio come se l’aveva immaginata.

Tuttavia, un improvviso senso di colpa invase i pensieri di Jacopo: Antonio era ubriaco, probabilmente avrebbe dimenticato tutto quello che era successo quella sera, e anche se avesse ricordato qualcosa che avrebbe pensato? Che si fosse approfittato del suo stato di momentanea confusione?
“Scusa.” Si tirò bruscamente indietro, senza trovare il coraggio di parlare ancora, la mente in preda a un turbinio di emozioni e pensieri contrastanti.

Antonio rimase in silenzio a guardarlo, confuso da ciò che era appena successo. L’alcol poi, non lo aiutava per nulla a ragionare sul fatto, così decise anch’egli di tacere, e tornò a poggiarsi contro la portiera del taxi.

In quel momento, Jacopo avrebbe voluto prendersi a calci da solo, come aveva potuto osare di oltrepassare un tale confine, soprattutto considerando che Antonio avrebbe trascorso la notte da lui? Sperava che la mattina dopo il più giovane non si sarebbe ricordato nulla, almeno avrebbe avuto meno sensi di colpa per il gesto compiuto. Anche se, una parte di lui pregava con tutta se stessa che ciò non accadesse, non aveva idea di come avrebbe potuto reagire se il più giovane la mattina dopo si fosse comportato come se niente fosse accaduto.

Poco dopo, l’autista comunicò che fossero arrivati a destinazione, e dopo che Jacopo pagò, scesero entrambi dall’auto. Il silenzio la fece da padrone fino a quando non fecero ingresso nell’appartamento, con Jacopo che si fece da parte per lasciare che Antonio entrasse prima di lui.

“Dormirai nel mio letto, io sto sul divano per stasera.” Gli spiegò, cercando di mantenere un tono neutrale mentre gli faceva strada verso la camera da letto. Il cuore gli pesava come un macigno.

“Jacopo, non devi. Posso starci io sul divano.” Ribatté Antonio, con la voce un po’ assonnata, si sarebbe potuto addormentare in qualsiasi momento.

“È meglio che tu stia qui, non ti preoccupare. Ora, riposa e non sforzarti. Se stanotte hai bisogno di qualcosa svegliami pure, ma ti lascio comunque dell’acqua vicino in caso ti servisse.” Nel frattempo, avevano raggiunto la sua stanza, e Jacopo si guardò molto dal rimanere sulla porta mentre Antonio entrava.

“Grazie, Jacopo.” Gli disse quest’ultimo, ma il più grande era già sparito di nuovo nel buio del corridoio.

Antonio si tolse le scarpe, a fatica, non si spogliò nemmeno perché già quello sforzo gli aveva causato un capogiro tremendo. Si mise sotto le coperte, e si addormentò non appena posò la testa sul cuscino.

Jacopo tornò poco dopo, e con un certo sollievo si accorse che Antonio stava già dormendo. Si costrinse a non guardarlo, limitandosi a poggiare sul comò un vassoio con dell’acqua, un bicchiere e un’aspirina, per poi lasciare velocemente la stanza, il senso di colpa lo stava già divorando dall’interno. Aveva combinato un casino, e se la mattina seguente Antonio si fosse ricordato qualcosa avrebbe avuto un serio problema di cui preoccuparsi.

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Antonio rimase immobile sul proprio posto.
Non aveva idea di come fosse possibile che avesse rimosso tutto fino a quel momento.
Aveva così tante domande a cui aveva bisogno di ricevere risposta.

Ma soprattutto, doveva far sapere a Jacopo che quel bacio non era stato un errore, e ora che ricordava ogni singolo dettaglio avrebbe fatto di tutto per farglielo capire. Ammesso e concesso che non avesse cambiato idea su di loro, su di lui, cosa del tutto possibile, ma Antonio era troppo sopraffatto dalle sue stesse emozioni per potersi preoccupare di una tale possibilità.

Quando raggiunse di corsa il retropalco, cercò subito con lo sguardo la figura di Jacopo, ma nonostante i diversi tentativi, non riuscì a trovarlo.

Proprio in quel momento, uno dei tecnici del suono gli passò di fianco, così lo fermò e gli domandò se sapesse dove fosse andato il rapper milanese.
“Non era molto contento, ha avuto dei problemi con la base in cuffia e ha detto che è andato fuori tempo. Penso si sia già cambiato e sia tornato in hotel.” Spiegò questi, con tono un po’ deluso. Era evidente che si sentisse in parte responsabile per quanto capitato.

Antonio lo ringraziò, per poi dargli una pacca sulla spalla come a volerlo rincuorare, d’altronde i problemi tecnici erano dietro l’angolo durante un evento come il Festival di Sanremo, infine lo lasciò tornare al suo lavoro.

Non aveva altre alternative che aspettare al giorno dopo, nella speranza che Jacopo fosse ancora disposto a dargli un’opportunità, e che non fosse troppo tardi per rimediare al proprio errore. Di una cosa era certo: non era disposto a lasciarlo allontanare di nuovo, o almeno non così facilmente.