Actions

Work Header

Lasciamo che fuori infuri la tempesta

Chapter 17: 1507, epilogo, Et in terra Pax hominibus bonae voluntatis

Notes:

(See the end of the chapter for notes.)

Chapter Text

1507, epilogo, Et in terra Pax hominibus bonæ voluntatis






Settembre profumava di uva e di estate e di autunno insieme, due stagioni mescolate in una fragranza che aveva l’odore salato del mare e del sudore, ma anche il più riflessivo aroma delle foglie ingiallite, della terra bagnata, della vendemmia bianca e porpora e delle sere lunghe e fresche che si riempivano di congetture su un futuro lontano.

Il dodicesimo giorno del mese di marzo in quell’anno del Signore millecinquecentosette, Cesare Borgia aveva esalato il suo ultimo respiro, da esule, combattendo i nobili ribelli di Navarra alle porte della città di Viana.

Era stato un giovane spagnolo a giungere alla porta del loro castello per avvertirli, stanco, sporco, fiaccato dall’interminabile cavalcata che dai Pirenei l’aveva condotto in Calabria.

Ah, la Calabria: era lì che Ermal e Fabrizio si erano ritirati, quando erano fuggiti da Roma alla testa d’un contingente fiorentino, nascosti dentro stracci nauseabondi e armati di ferri che nemmeno appartenevano a loro. Braccati, fuggitivi, latitanti, così li aveva additati Giuliano Della Rovere , ricordò Fabrizio, mentre si portava una mano a schermare gli occhi per osservare meglio le cime desertiche delle montagne in lontananza.

La Calabria, la terra in cui le montagne declinavano gentilmente verso il mare in una lenta progressione di grigio e di verde e di blu, la terra dove i suoi avi erano diventati eroi, la sua terra, la terra che prima di allora non aveva mai nemmeno visto ma che aveva accolto lui ed Ermal come figli dilettissimi nel suo abbraccio di pietre e mattoni mentre aspettavano che l’esercito papale esondasse come la rabbiosa piena del Tevere e reclamasse le loro vite, com’era stato scritto nelle stelle al principio del Mondo.

Osservando quello che lo circondava - i filari di alberi da frutto, i campi, gli orti, i boschi che accarezzavano il letto del fiume Mesima, che scorreva placido dietro la rocca - Fabrizio non riuscì a fare a meno di sorridere all’idea che loro, insieme, avevano costantemente disobbedito alla legge del destino, che erano poco più che due delinquenti del fato che si erano impuntati per restare in vita nonostante tutto: perché l’avevano fatto, sì, l’avevano fatto quello sgarro alla vita, si erano aggrappati alle sue scoscese guglie con le unghie e con i denti, determinati a non concedere alla Fortuna di ridere della loro resa.

Ermal aveva finalmente lasciato scorrere libera la sua naturale attitudine di generale, come un novello Augusto coronato di riccioli e ammantato di bellezza, e quando l’esercito pontificio li aveva raggiunti - era successo sul finire dell’autunno di tre anni prima - aveva trovato ad attenderlo l’amara sorpresa di una compatta massa d’uomini - piccola, certo, ma con taluni accorgimenti era stato facile trarre in inganno il nemico sui numeri di quella difesa organizzata alla bell’e meglio e messa in piedi in un batter d’occhio al solo scopo di resistere ad oltranza - pronta a dar battaglia, che avrebbe venduto la pelle così cara da esser ricordata persino negli annali di città lontanissime, negli anni che avevano fatto seguito a quella breve guerra.

L’esercito mandato da Giuliano Della Rovere aveva tentato prima di assaltare le mura, poi di perforarle a cannonate, e infine di affamare il borgo, ma loro avevano resistito alla fame, al freddo, al sangue che era tornato ad imbrattare le loro facce e le loro mani, ai cannoni che sparavano giorno e notte, alle ossa spezzate, alle grida di dolore che risuonavano tra i cortili della fortezza come sorde campane che, a morto, suonano le ore. Non era stato facile, allora, per Ermal e Fabrizio distinguere tra quello che era stato prima della caduta di Cesare e quello che era stato dopo, perché il prima e il dopo avevano drammaticamente iniziato a somigliarsi, fondendosi in un unico marasma dai contorni indistinguibili: guerra, null’altro che guerra, mille Faenze e mille Capue, e anni che erano stati ad un tempo lunghi come secoli e brevi come un battito di ciglia.

Nella piovosa primavera dell’anno precedente, la guerra - giunta ad uno stallo che fiaccava spiriti e corpi - si era conclusa: era stato firmato un accordo di pace, che prevedeva l’esilio a vita sia di Ermal, sia di Fabrizio, da Roma, il loro ritiro da qualunque incarico politico e azione bellica, ma garantiva loro di conservare la vita e le terre che Fabrizio aveva avuto in eredità com’era da secoli, e tanto era bastato loro per accettare. Infondo a chi mai avrebbero dovuto dar battaglia, in quella posizione? Attorno c’erano solo villaggi posti sotto la protezione del loro castello e monasteri, sicché di guerreggiare tra di loro non se ne parlava, fortunatamente. Ermal aveva storto il naso alla clausola relativa agli impegni politici, ma confidava nella clemenza del tempo, perché Della Rovere era un vecchio e il tempo certo non sarebbe rimasto sempre dalla sua parte. L’aveva detto ad alta voce, una sera, e tutti i presenti al piccolo banchetto che avevano organizzato per festeggiare quella pace insapettata avevano riso sguaiatamente, coccolati dalla tenera ebbrezza del vino novello, dolce, e dalle note un poco stonate che un musico efebico, magro come un chiodo, cavava dalla sua arpa guasta, tarmata. Poche settimane dopo, Ermal si era presentato da lui con un’arpa nuova, e l’aveva chiamato a suonare per loro durante tutta l’estate.

Con lentezza avevano cercato di trasformare quell’immobile esilio in un ameno ritiro, adoperandosi entrambi per risollevare il borgo e i villaggi vicini dalla povertà e dalla fame causata dalla guerra, impiegando molti tra uomini e donne nella costruzione di nuove fortificazioni e di un sistema di canalizzazione delle acque che Ermal stesso aveva provveduto a progettare sulla base di alcuni antichi disegni di Leonardo Da Vinci che, chissà come, era riuscito a conservare tra le poche carte che teneva sempre con sé e custodiva come un piccolo tesoro, ricordo di una vita passata che mai più sarebbe tornata indietro, insieme ai grandi sogni e alle antiche speranze.

Avevano passato notti intere, notti che ribollivano della calura del giorno, a chiedersi che cosa fosse rimasto loro della grandezza di un tempo, dei sogni che volavano oltre le nuvole, oltre il Tempo, in un’utopia che ricordava un’orgia di cherubini, bevendo dolci sciroppi e meditando sul passato, giungendo infine alla conclusione che sebbene la Storia avesse la memoria corta, nessuno avrebbe mai potuto negare che Cesare Borgia, il Valentino, aveva davvero cambiato il mondo anche se il suo volo disperato, la sua corsa a perdifiato contro le insidie della fortuna, era durato poco più di una stagione. Una fulgida primavera, per alcuni, per altri un lungo e tedioso inverno, così aveva detto Ermal, posando il suo calice colmo di sciroppo alle rose e avvolgendo le gambe attorno alla vita di Fabrizio, lasciandosi sollevare e depositare tra le lenzuola come una novella sposina e passando il resto di quella nottata senza sonno impegnato in attività ben più piacevoli di quel nostalgico rimembrare.

Qualche giorno dopo era giunta loro una missiva recante sigilli muti, indirizzata ad entrambi, ma che nessuno dei due era riuscito per giorni ad aprire: chi altri avrebbe necessitato dell’anonimato per contattarli, se non Cesare Borgia? Era ancora vivo, nell’estate del millecinquecentosei, sebbene lo sarebbe stato ancora per poco, e Fabrizio aveva quasi dato in escandescenze all’idea che fosse proprio il Valentino l’autore di quella lettera, forse tanto spavaldo da reclamare Ermal - o entrambi - al proprio fianco, in un redivivo slancio d’ardore che si sarebbe rivelato essere l’ennesimo fuoco di paglia, come lo erano stati tutti i suoi tentativi di risalire fino alle vette del mondo da quando suo padre era stato messo a riposare nel suo sarcofago troppo stretto. Quando si erano fatti forza e avevano spezzato, insieme, quell’anonimo sigillo di ceralacca fuligginosa avevano scoperto però che l’autore non era Cesare Borgia, bensì Micheletto Corella, esule nella Repubblica Fiorentina e lì capitano dell’esercito nella miriade di piccole scaramucce che vedevano la Vecchia Signora ora attaccare Lucca, ora Pisa, per affermare il proprio dominio sulla Toscana intera. Michele scriveva loro parole di conforto e di speranza, lunghi paragrafi così lirici da ricordare ad entrambi i tempi della Schola Pisanorum , delle composizioni poetiche recitate all’ombra dell’ulivo storto, delle corone d’alloro improvvisate e delle monete che tintinnavano nelle saccocce dei vincitori. Si congratulava del loro successo - della loro sopravvivenza, ad esser sinceri - e non lesinava lontane promesse di amichevole riunione, rimandando implicitamente quel momento alla benedetta morte di Giuliano Della Rovere.

Ma Michele Corella non avrebbe vissuto abbastanza per vedere il nemico di un tempo agonizzare nella vecchiaia, sotto il peso delle vesti papali che sempre più gli incurvavano la schiena: allora nessuno di loro poteva saperlo, ma l’araldo dei sogni di Cesare, l’uomo le cui ali avevano sostenuto il suo rocambolesco volo, sarebbe morto un gelido di mattino di febbraio, appena due anni dopo aver trovato asilo presso Firenze, pugnalato a morte da una masnada di spagnoli in un putrido vicolo di Milano. Giuliano Della Rovere gli sarebbe sopravvissuto altri cinque anni, senza mai concedergli la soddisfazione di vederlo piegato dalla stanchezza e dalla malattia, vecchio e vinto.

Ad alcuno però era dato il dono della preveggenza, e della morte di Michele Ermal e Fabrizio avrebbero saputo con estremo ritardo, quando ormai il suo cadavere già andava putrefacendosi nelle viscere della terra, in una fossa comune dove giacevano criminali, vagabondi e puttane senza possibilità né di redenzione, né di conforto.





La realtà reclamò prepotentemente Fabrizio quando un soffio di vento più audace di quelli che l’avevano preceduto gli fece volare via il cappello, facendolo rotolare attraverso il prato falciato di fresco. Dovette sbattere un paio di volte le palpebre per prendere di nuovo pienamente coscienza di dove fosse, o quando fosse, in che momento storico della sua vita stesse vivendo, e riuscì ad averne piena certezza soltanto quando Ermal appoggiò delicatamente la lunga mano sopra la sua e gli chiese a che cosa stesse pensando. Stringeva il liuto tra le braccia smagrite, pizzicandone appena le corde, e Fabrizio rimase colpito dalla sua bellezza come la prima volta che aveva posato lo sguardo su di lui. Gli anni si contano in primavere, pensò, ma la maturità si misura in inverni. Quanti inverni erano passati dalla prima volta che l’aveva visto? Quante vite ormai vissute lo separavano da quel giovane alto e allampanato al quale nemmeno aveva iniziato a crescere ancora la barba sul viso, così distante e ieratico, sferzato dal vento gelido di quel lontano gennaio pisano? Troppe, si disse, troppe perché riuscisse a ritrovare quell’imberbe ragazzino riccioluto nell’uomo che gli stava di fronte, nei suoi occhi che parevano stelle lontane, nelle sue lunghe gambe ripiegate sotto al corpo smunto, che aveva perso la morbidezza di un tempo per venire scolpito dalle privazioni e dalla fatica nel greco marmo delle cosce tornite e dei polpacci affusolati.

“Pensavo…”, iniziò, ma poi si interruppe quando sentì un peso familiare appoggiarsi alla sua schiena, e un sorriso gli strappò di bocca ogni parola.

Ermal levò uno sguardo al cielo azzurro e terso, scuotendo appena la testa e spostandosi un grosso ricciolo molle dalla fronte arrossata dal sole.

“Che cosa pensi di fare con lui, Fabrizio?”, mormorò, alludendo alla minuscola presenza alle sue spalle. Fabrizio si voltò cautamente per non svegliare il bambino che dormiva raggomitolato dietro la sua schiena e beandosi ancora una volta di quanto regolari fossero i suoi tratti e regale la sua boccuccia dalle labbra prominenti, che parevano sempre contratte nel broncio di un amorino insoddisfatto. Non doveva avere più di cinque anni, ma nei suoi occhi grandi e scuri, limpidi come un cielo d’inverno, era possibile scorgere quella saggezza terribile e quasi ultraterrena che si può trovare soltanto nello sguardo stellato e distante di chi si è fatto strada nella vita sgomitando, tra mille patimenti.

Aveva gli occhi di Ermal, eppure era poco più che un estraneo.

Era stata una coppia di vecchi contadini a trovarlo, malnutrito e mezzo assiderato, aggrappato ad uno spuntone di roccia per non scivolare nel fiume ingrossato dalle nevicate che avevano imbiancato i monti al principio dell’anno precedente. Senza porsi troppe domande, i due anziani villici l’avevano avvolto dentro un mantello di lana grezza e l’avevano portato alla fortezza ancora assediata, ché di bocche da sfamare nelle loro povere case già ce n’erano in abbondanza, e sobbarcarsi l’onere di un ennesimo ragazzino li avrebbe fatti sicuramente andare in malora, visto lo stato pietoso dei campi con la guerra alle porte.

Fabrizio, allora, non aveva potuto fare altro che avere pietà di quel bambino spaurito, dal corpicino rinsecchito e affamato, tutto occhi e ossa, coperto a malapena da logori abiti totalmente inadatti all’insolito rigore di quell’inverno di gelo e di bufera. L’aveva nutrito e fatto lavare tra urla e strepiti, l’aveva vestito e poi accomodato in una piccola stanza lontana dai fragori dei cannoni, con il camino sempre acceso, ed infine aveva chiesto ad Ermal che cosa avrebbero potuto farsene di lui. Con la guerra che ancora imperversava e che non si sarebbe conclusa che a primavera, però, c’era stato ben poco da fare, se non appurare che il piccolo ospite del castello non spiccicava parola e che dunque non avrebbe potuto aiutarli a risolvere il mistero delle proprie origini. Fabrizio si domandava spesso da dove venisse o di chi fosse figlio, se fosse orfano o se avesse famiglia, ma nel borgo nessuno aveva saputo dire con certezza se fosse uno di loro o se venisse dai villaggi vicini, né se effettivamente l’avessero mai visto prima circolare nelle zone prossime alla rocca, perciò le indagini si erano arenate in una pozza di fango finché la pace con Della Rovere non era stata firmata, e solo allora Fabrizio aveva potuto agevolmente diramare dispacci all’interno della propria giurisdizione, che comprendeva anche una serie di sparuti villaggi dispersi tra le montagne dalla quale era quasi certo che quel bambino senza nome provenisse. Invano aveva tentato di trovare la sua famiglia - sempre che ce ne fosse stata una - e nessuno era mai andato a reclamarne la paternità, e così i mesi erano passati: Ermal, che i primi tempi aveva quasi mal tollerato la presenza di quel minuscolo ospite al loro desco, aveva iniziato a leggergli novelle fiorentine e semplici filastrocche giullaresche, e per la prima volta quel bambino emaciato e silenzioso aveva sorriso - a quel sorriso mancavano due piccoli denti, che di lì a poco sarebbero spuntati dritti e candidi come due torri di guardia - e aveva incominciato a ripetere qualche parola che aveva sentito uscire dalla bocca di Ermal, illuminandosi come la miniatura di un sole ogni volta che veniva elogiato o esortato a ripetere quello che aveva appena detto.

Era stato proprio Ermal a sollevare la questione del suo nome, una volta che l’estate era sbocciata sui prati, facendo maturare la frutta e seccando gli acquitrini: il loro piccolo ospite non aveva idea di quale fosse il proprio nome - se interrogato in merito, scrollava le spalle da uccellino e seguitava a far scontrare tra di loro in una parvenza di duello due differenti pezzi degli scacchi - perciò gliene sarebbe presto servito uno, visto che ogni giorno sembrava imparare una parola nuova e iniziava a comporre da solo frasette poco articolate, che aiutavano le balie e i servi a comprendere di che cosa avesse bisogno. “A tutti serve un nome, Fabrizio” , aveva esordito Ermal di punto in bianco, mentre entrambi lo guardavano giocare sul pavimento di pietra nuda con dei sassolini levigati e colorati, che si divertiva a lanciare il più lontano possibile. Fabrizio aveva aggrottato le sopracciglia e si era reso conto che non aveva idea di quale nome imporgli, perché il tempo di pensare a tali frivolezze con una guerra in atto e un borgo intero da ricostruire era stato così poco che nemmeno l’aveva percepito scorrere. Era scivolato via e basta, gli era sfuggito dalle mani, e Fabrizio aveva assistito impotente ad un’onda terribile di malinconia che l’aveva investito in pieno petto, facendolo quasi crollare su sé stesso come una trave di legno ormai marcito. “Non lo so…” , aveva mormorato, e solo allora si era accorto che stava piangendo per tutta quella vita sprecata, andata, non vissuta. Ermal l’aveva stretto a sé, cullandolo in una lenta danza sul posto, finché non l’aveva sentito sospirare, e per qualche giorno la questione era passata sotto silenzio. Poi, quando da Firenze era giunta la lettera di Michele Corella, finalmente Fabrizio aveva preso una decisione e al loro piccolo ospite - che ormai ospite già non era più - era stato messo il nome di Michele.

“Sto ancora meditando sul da farsi, Ermal”, mormorò, come se stesse venendo trascinato via senza peso e senza volontà dalla sola corrente dei propri pensieri, “ma penso che ormai sia chiaro che nessuno verrà mai alla nostra porta a reclamarne la paternità, o la maternità…”

Ermal si strinse nel farsetto. L’aria odorava di fiori tardivi e di uva, e degli aghi dei pini abbarbicati sulle montagne, tenacemente aggrappati al loro pendente fazzolettino di terra.

“Lo riconoscerai come tuo?”, chiese, e di nuovo pizzicò appena le corde del suo liuto. Il piccolo Michele, alle spalle di Fabrizio, si stiracchiò, ma ritornò immediatamente al suo sonnellino senza emettere un fiato.

“Quando Della Rovere sarà sigillato nella propria tomba di marmo, scriverò al nuovo Pontefice per attestare che il bambino è mio figlio, sì. Non prima. Della Rovere è ancora una minaccia.”

Il più giovane allungò le gambe fasciate dalla calzabraca scura davanti a sé, facendo leva sulle braccia per spostarsi accanto a Fabrizio senza doversi alzare: era reduce da una febbriciattola che, per quanto lieve, l’aveva lasciato piuttosto spossato, come se da giorni non avesse fatto altro che convivere con i postumi di una lunga nottata passata chiuso dentro una taverna.

“Quando Giuliano Della Rovere sarà morto, ti riporterò a Roma”, asserì, buttando indietro la testa ed esponendo il flessuoso collo pallido ai raggi d’oro e d’ambra del sole di settembre. Fabrizio gli scompigliò i capelli con la mano, indugiando appena sulla fronte: era calda, ma non avrebbe saputo dire se per via del sole o della febbre.

“Forse. Può darsi. Ma tu non promettermi nulla, abbiamo scoperto a nostre spese che le promesse sono più incostanti della luna...Roma è sopravvissuta a secoli di tragedie, pestilenze e inondazioni: sopravviverà alla nostra mancanza”, disse infine, scrollando le spalle come un discolo strafottente, incurante.

“Ma tu puoi sopravvivere alla mancanza di Roma, Fabrizio? È la tua casa, infondo, non ti biasimerei se tu volessi ritornarci…”

Per un po’ Fabrizio rimase in silenzio, ad ascoltare il gentile frusciare del vento tra i frutteti e il rumore assordante dei propri pensieri. Che cosa era stata Roma, per lui? La sua casa di bambino, certo, ma anche un luogo che presto aveva dovuto lasciare per completare i propri studi, e al quale era tornato soltanto per venire risucchiato in un vortice di violenza che ancora, la notte, gli afferrava i polsi e lo trascinava giù, sempre più giù, fino al più oscuro abisso infernale. Roma era la città dei Borgia e dei tori, del circo crudele che a molti aveva strappato la felicità e a molti la vita, la città dei peccati e delle carceri e delle torture, la città dell’opulenza che si specchiava nella miseria, la Città Eterna che ad ogni nuova luna esplodeva in tumulti che troncavano vite ed idoli, ma che risorgeva inevitabilmente dalle proprie ceneri come una fenice ormai navigata, abituata a sguazzare nel sangue e nelle ruberie.

No, Roma non era la sua casa, tanto quanto non lo erano state Forlì, Cesena, Faenza, Ancona...non di pietre e strade e terra era fatta la sua casa, ma di carne e di sangue, e di braccia e di gambe. Se ne rese conto soltanto in quel momento, mentre il vento gli accarezzava il viso e in lontananza si sentiva un gregge di pecore belare, condotto da un pastore che cantava una litania popolare, e quella consapevolezza gli scaldò il cuore e glielo spezzò a un tempo.

“Tu sei la mia casa, Ermal”, sussurrò in punta di labbra, con un filo di voce.

Ora lo sapeva.

Ermal sorrise.

Il pastorello attaccò a fischiettare un motivetto allegro, che echeggiò per le campagne silenziose come il fantasma di un antico ricordo, mentre su quel borgo lontano da tutto iniziavano ad allungarsi le prime ombre della sera.

 

***

 

Fabrizio osservava da lontano i lavori di ristrutturazione delle mura della rocca, che procedevano spediti nonostante sulle cime delle montagne avessero iniziato ad ammassarsi nuvoloni grigi. Una fitta alla tempia gli ricordò che il terribile mal di testa che si trascinava dalla sera precedente non gli era ancora passato, e che avrebbe dovuto dormire molto di più se avesse avuto almeno l’intenzione di arrivare alla ragguardevole età alla quale era arrivato anche suo padre prima di essere richiamato a sé dal Signore.

Scacciò quel pensiero come fosse una mosca fastidiosa, facendo scempio della propria chioma con un imperioso gento della mano. Il vociare degli operai e il rumore rugginoso e stridulo che facevano le carrucole mentre sollevavano sulle impalcature i grossi blocchi di pietra levigata gli martellavano nel cranio, rimbalzando da una parte all’altra del suo cervello come palle di cannone impazzite, ma non sarebbe rientrato, non ancora.

Una delle donne che lavoravano al cantiere gli porse una coppa di vino e Fabrizio la ringraziò, prima di sedersi su una grossa asse di legno e trangugiarlo tutto senza nemmeno registrare che sapore avesse, se e quanto fosse annacquato. Chiuse gli occhi e appoggiò la schiena al muro polveroso alle sue spalle, lasciando che tutti i rumori si fondessero in un unico assordante marasma e ammutolisse i suoi foschi pensieri.

Stava andando tutto bene , finì col ripetersi per l’ennesima volta, contraendo la mascella e pizzicandosi la base del naso tra il pollice e l’indice in un moto di frustrazione, stava andando tutto così bene.

La lettera di messer Niccolò Machiavelli era giunta di domenica, dopo la messa del mattino, per mano di un giovane messo fiorentino dai lunghi capelli biondi e fradici, incollati al viso affilato in ciocche spesse e dritte. A Fabrizio era balzata subito all’occhio la sgraziatezza delle sue gambe storte, con le ginocchia che spogervano fino a toccarsi, fasciate dentro una calzabraca che sembrava gridare tutte le asperità del viaggio che aveva compiuto dalla Toscana fino alle campagne calabresi, in quel nulla verde sperso tra il mare e il cielo. Non aveva detto molto sulla missiva che stava consegnando, prima di ritirarsi a riposare, aveva soltanto detto che Messer Niccolò pregava Ermal di ricordarsi che “ogni concessione elargita esige il pagamento di un tributo” con la sua voce monocorde e inespressiva, che a Fabrizio aveva ricordato il latrare sempre uguale dei segugi francesi, o il rumore che fanno le ruote di un carretto su una stradina sconnessa. Ermal aveva annuito e, inaspettatamente, si era ritirato nel suo studio per leggere quelle poche righe venute da lontano e che, sebbene facesse del suo meglio per dissimularlo, l’avevano colpito come uno schiaffo in pieno viso. Fabrizio era rimasto stupito da quel suo comportamento e, per un lunghissimo istante di agonia, il panico gli aveva paralizzato i pensieri, frantumato le ossa, accartocciato le viscere.

Per giorni interi quella lettera era stata la muraglia che li divideva, l’argomento di cui non parlare, l’eresia da evitare, la peste da lasciare fuori dalla porta, ma poi - ed era stato inevitabile - Ermal si era visto costretto a vuotare il sacco sul suo contenuto, sforzandosi di non lasciar trapelare nessuna delle emozioni che si agitavano come grossi pesci intrappolati in una rete dietro le sue iridi d’inchiostro.

“Messer Machiavelli mi ha chiesto di accompagnarlo in una missione segreta presso la Serenissima Repubblica di Venezia ed io, ovviamente, non posso rifiutarmi” , aveva detto, separando bene una parola dall’altra e scandendo ognuna di esse come avrebbe fatto di fronte ad un bambino un poco tardo o ad un anziano ormai reso sordo dall’età. Fabrizio aveva avuto paura, allora, perché quello strano modo di parlare - come se il suo uditorio fosse duro di comprendonio e dunque gli fosse necessario utilizzare un eloquio spropositatamente lento e calcolato - Ermal lo sfoderava soltanto quando a sua volta aveva paura, o nelle situazione di estremo nervosismo o imbarazzo, e di sicuro quella non era stata una situazione imbarazzante. “Non puoi farlo, Ermal, siamo vincolati da un trattato con il Papa in persona” , aveva esclamato dunque Fabrizio, incapace di canalizzare i propri pensieri quel tanto che bastava a trovare qualcosa di più arguto da dire. Ermal aveva aperto le braccia in un gesto che era di rassegnazione e di esasperazione insieme e poi, con una sola manciata di parole, l’aveva trafitto al petto: “Qualunque cosa tu dica o faccia, Fabrizio, non posso sottrarmi ai miei doveri. Questa faccenda riguarda me e me soltanto, perciò rispetta la mia decisione e stanne fuori”.

Il semplice atto di rimembrare quella frase fu sufficiente a far accapponare a Fabrizio la pelle. Tra i molesti rumori del cantiere riusciva a percepire ancora la determinazione nella voce di Ermal, la gelida caparbietà con cui aveva liquidato le sue rimostranze, e l’occhiata altera, quasi rabbiosa, che era seguita a quelle parole infelici. La donna che gli aveva offerto il vino gli chiese che cosa non andasse, ma Fabrizio non la degnò di una risposta articolata  - grugnì, soltanto, o emise un suono che tanto somigliava ad un grugnito - così lei ritornò a rimestare una densa zuppa di cereali nel paiolo di rame, che avrebbe servito gli operai insieme a del pane scuro e un po’ di formaggio nonappena fosse giunta l’ora del pranzo.

Per tutto il giorno l’umore di Fabrizio rimase nero e, mentre osservava distrattamente i lavori di restauro della fortezza - che risaliva ad un’epoca ancora precedente l’invasione normanna e raramente aveva subito ristrutturazioni importanti nel corso dei secoli -, seguitò a chiedersi perché Ermal gli avesse riservato un simile trattamento. Si era forse pentito di averlo aiutato ad evadere da Castel Sant’Angelo? Si era forse pentito di essersi servito di un contingente fiorentino per combattere la guerra contro Giuliano Della Rovere? E in che cosa consisteva la missione a Venezia? Più volte aveva chiesto ad Ermal spiegazioni, ma il più giovane si era trincerato dietro un ostinato quanto immotivato mutismo, disertando persino le sue letture con il piccolo Michele che, ad onor del vero, sembrava soffrire del repentino mutamento nella disposizione d’animo di Ermal, che aveva chiuso il mondo intero fuori dalla sua vita senza degnare alcuno di uno straccio di motivazione.

Stava andando tutto bene, stava andando tutto bene, stava andando tutto bene.

Non faceva altro che ripeterselo, come una litania o un salmo.

Stava andando tutto bene.





“Tu hai la febbre.”

Ermal si rigirò nel letto, che quella notte gli sembrava scomodo come una pietra nel bel mezzo di un roveto, e si lasciò sfuggire uno sbuffo che nulla aveva né di signorile, né di adulto. La brezza umida del mare che penetrava nelle intercapedini degli antichi infissi lo faceva rabbrividire e sudare, e la testa gli girava vorticosamente malgrado non fosse nemmeno ritto sulle gambe ma semplicemente sdraiato nel suo letto, in un groviglio di coperte e di cuscini di piume.

“Non ho la febbre”, disse, stringendo le labbra pallide e screpolate in una linea sottile. Abbassò le palpebre e sentì la mano callosa e calda di Fabrizio posarglisi maternamente sulla fronte imperlata di sudore, scostando dolcemente i capelli e ravviandoli con la punta delle dita. Per un istante dimenticò Machiavelli e Firenze, con i loro complotti travestiti da buone azioni, e si focalizzò sul calore della mano di Fabrizio, sulla tenerezza del suo gesto, sull’odore di muschio e di pietra della fortezza e su quello salato che veniva dal mare e gli accarezzava le narici spinto dal vento. Casa , pensò, e frammenti di immagini lontane, del tempo della spensieratezza, si rincorsero dietro le sue palpebre. Ma quando riaprì gli occhi, vide il naso adunco di messer Niccolò e i suoi occhi neri troppo, troppo astuti, che sembravano guardare aldilà del futuro stesso, oltre gli astri che per loro capriccio plasmavano la vita sulla terra, e il minuscolo sorriso che gli era nato sulle labbra vi morì.

“Bruci, Ermal. Smettila di negare. Da quanto tempo non ti senti bene?”

Il più giovane si scansò appena e quel movimento minuscolo e innocuo bastò a provocargli una scarica di dolore bruciante in tutta la schiena. Sì, era vero, la febbre lo tormentava, ma non avrebbe fornito a Fabrizio ulteriori pretesti per dissuaderlo dal compiere il suo dovere. Aveva promesso a Machiavelli qualsiasi favore in cambio di un manipolo di soldati e mai si sarebbe sognato di lasciare che una sua promessa suonasse come vana lettera, non quando lui e Fabrizio avevano un bisogno così disperato di alleati, perché Giuliano Della Rovere era in vita e ancora non mostrava segni di cedimento, e tanto era sufficiente a metterli in pericolo.

“Da questo pomeriggio”, mentì. Non seppe dire se Fabrizio gli credette - o se almeno finse di credergli - perché la stanza era avvolta dalle tenebre e anche stendendosi su un fianco non sarebbe riuscito a guardarlo negli occhi. “Ma le mie intenzioni non cambiano, Fabrizio, partirò con Niccolò Machiavelli. Ho dato la mia parola.”

Fabrizio fece schioccare la lingua contro il palato. L’idea che Ermal partisse da solo alla volta di Venezia, per di più in una missione che per stessa ammissione del diplomatico fiorentino doveva restare segreta, lo atterriva e gli braccava l’anima come un cacciatore paziente da giorni all’inseguimento della preda tanto agognata.

“Non avresti dovuto chiedere aiuto a Firenze per salvarmi”, sibilò, in preda alla frustrazione. Perché non era stata concessa loro la pace, dopo tutto quello che avevano passato? Se Iddio aveva in gloria persino uno spirito come quello di Cesare Borgia, così corrotto e oscuro da gettare una sinistra ombra su tutto quello che toccava, allora perché non aveva risparmiato loro quell’ennesimo commiato forzoso?

Domandarselo all’infinito, in ogni caso, non sarebbe servito a nulla, se non ad acuire il suo senso d’impotenza di fronte agli eventi.  Avrebbe dovuto farci l’abitudine, considerando la piega che aveva preso la sua vita da quando Papa Alessandro VI era morto, ma ancora faticava a rassegnarsi ai capricci del destino.

Ermal scosse appena la testa a quelle parole, ma nonostante il movimento fosse stato minimo la stanza iniziò a girargli vorticosamente intorno, in un turbinio di tenebre che lo facevano sentire come un fantino impigliato nelle staffe di un cavallo imbizzarrito.

“Non scherzare, Fabrizio”, disse, mentre stringeva i denti per non lasciar trapelare quanto male stesse in realtà. “Era l’unico modo che avevo per salvarti, l’ultima carta che mi era rimasta da giocare. Avrei forse dovuto lasciarti morire? No, perché non passa giorno senza che io mi tormenti per aver trascinato anche noi a fondo assieme al Valentino, e io non sono stato abbastanza furbo da prevedere quali devastanti conseguenze avrebbe avuto la sua caduta, perciò di proteggerti...ora che Cesare Borgia è morto”, confessò, con solo un filo di voce a sostenere parole che pesavano più dei macigni, “mi sento persino in colpa per aver creduto nel suo progetto, per aver sognato il suo sogno…”

Sentì Fabrizio farsi improvvisamente rigido al suo fianco, come un corpo morto irrigiditosi nell’ultimo alito di vita. Parlare di Cesare Borgia non era mai stato, per entrambi, tanto difficile come in quel momento, quando tutto era ormai perduto, quando i sogni erano svaniti, la fioca luce della sua candela già spenta per sempre. Cesare, il Caesar condottiero, lo stratega sopraffino, il raffinato cortigiano, non esisteva più: aveva smesso di esistere nel momento stesso in cui l’appoggio paterno gli era mancato, quando da principe senza terra era diventato poco più che un illustre nessuno, un prigioniero esule che scontava i propri numerosi peccati rinchiuso in una fortezza nell’arido cuore della Spagna. Quando alla rocca nascosta dai monti era giunta la notizia della sua morte, sia Ermal, sia Fabrizio, l’avevano accolta come una liberazione, per quanto nessuno dei due avesse avuto l’ardire di confessarlo all’altro. Sapere che il Duca Valentino era morto aveva significato per entrambi levarsi dalle spalle ormai provate un inutile fardello, un involto pesantissimo che non sarebbe servito che a rallentare la loro corsa verso una lontana serenità. Ermal - Fabrizio ne era rimasto colpito - non aveva versato per lui nemmeno una lacrima perché - oltre che incolpare oltremodo sé stesso - gli imputava la maggiore responsabilità dell’odissea che li aveva quasi visti entrambi soccombere per mano di Giuliano Della Rovere, in quel mollecinquecentoquattro afoso e concitato, spaventosamente breve e tediosamente interminabile insieme. E non aveva mai dimenticato che non era certo stato grazie a Cesare Borgia se erano riusciti ad uscirne entrambi vivi, sebbene nei primissimi giorni successivi all’incarcerazione di Fabrizio Ermal avesse nutrito ancora, segretamente, la speranza che Cesare, l’uomo che in una sola stagione era riuscito a plasmare il mondo a propria immagine e somiglianza, avrebbe marciato su Roma alla testa di un esercito d’oro e di bronzo, per reclamare come proprio ciò che sulla Terra gli spettava per diritto di conquista. Quando anche quell’ultima chimera si era schiantata al suolo e frantumata ai suoi piedi, ad Ermal non era rimasto che fare appello a tutte le proprie forze e farsi mendicante e supplice di fronte alla Repubblica di Firenze, così aveva iniziato a covare nei confronti del Borgia una sorta di rabbioso e irrazionale risentimento che ancora stentava ad abbandonarlo.

Più volte gli era capitato di domandarsi che cosa fosse rimasto dell’ardente, fulgida parabola di Cesare Borgia, e la risposta era sempre stata che nulla rimaneva, se non l’amarezza di un sogno mai realizzato, mai consumato, soffocato nel pieno del proprio splendore da mani crudeli e assassine, ma da tempo aveva smesso di avere pietà per lui, o anche solo per sé stesso.

Con fatica, si voltò di fianco per scorgere il profilo scuro di Fabrizio nella densa ombra che li avvolgeva, e con le dita cercò la sua mano. Quando la trovò e la strinse si accorse che il suo cuore aveva ricominciato a battere, perché sottrarsi all’amore di Fabrizio, al calore del suo corpo, era per lui una tortura peggiore di qualunque afflizione. E quando Fabrizio lo attirò a sé e affondò il viso nei suoi capelli, Ermal non riuscì a fare a meno di tirare un lungo e agognatissimo sospiro di sollievo.

L’avrebbero superata. Sarebbero usciti indenni da ogni cosa, insieme.

“Non voglio che tu parta con Machiavelli”, lo sentì sussurrargli all’orecchio, con la voce irrochita dal sonno e dall’immensa tristezza che gli pungolava le viscere come un carceriere crudele.

Nemmeno lui avrebbe voluto lasciare il loro castello sperduto nel nulla, dove nemmeno un villico aveva mai osato chiedere pubblicamente perché il loro Conte non avesse al proprio fianco una Contessa e tutti amavano Fabrizio per il suo cuore generoso e per l’immensa mole di opere pubbliche che sollevavano interi clan familiari dalla miseria, ma Fabrizio non avrebbe dovuto saperlo. Non avrebbe dovuto sapere che quella partenza era solo l’ennesimo sacrificio che la Fortuna cieca e malevola li aveva chiamati a compiere, perché non avrebbe sopportato sentire l’unico uomo che avesse mai amato dire ad alta voce che allora la sua vita non valeva il prezzo che era stata pagata. Non l’avrebbe sopportato, perché avrebbe dato volentieri la propria, di vita, per lui cento e mille volte, l’avrebbe barattata per conservare quella di Fabrizio, e sentirlo pronunciare simili fesserie l’avrebbe ferito più profondamente d’un colpo di schioppo sparato da distanza ravvicinata.

“Andrà tutto bene”, riuscì a mormorare, cercando di imprimersi nella mente il suo profumo. Odore di casa, di vita, d’amore. Un odore che era stato ad un passo dal non poter sentire mai più, e che presto gli sarebbe stato di nuovo portato via.

“Ma hai la febbre. Come posso lasciarti andare, sapendo che hai la febbre?”, fu l’accorata protesta di Fabrizio, ed Ermal sorrise di quello sciocco tentativo di fargli cambiare idea che tanto somigliava all’apprensione di una madre.

“Passerà”, sussurrò.

Se Fabrizio disse qualcos’altro nei pochi istanti che seguirono, Ermal non riuscì a sentirlo.

Il sonno l’aveva vinto.

Quella notte sognò cavalli dagli occhi di brace - occhi fin troppo simili a quelli di Cesare Borgia, che tutto bramavano e di ogni cosa avevano fame -  e tutti i diavoli dell’inferno: tra di loro, Giuliano Della Rovere gesticolava verso di lui in modo osceno, leccandosi le labbra prominenti come una cortigiana intenta ad ingraziarsi un aristocratico, e quando il sole inondò la stanza di luce e gli trafisse le palpebre, Ermal si fece minuscolo contro al petto di Fabrizio, sperando che le sue deliranti visioni oniriche non posassero su un terrificante fondo di futura verità.  

 

***

 

Machiavelli non era cambiato molto dall’ultima volta in cui Fabrizio l’aveva visto, appollaiato come uno strano uccellaccio spennato alla tavola del Duca Valentino: il suo volto aguzzo non recava ancora i segni del tempo inclemente e, com’era stato la prima volta che l’aveva visto, gli fu ancora difficile stabilire quanti anni avesse. Notò però che i capelli stavano andando diradandosi progressivamente sulla fronte, e che sulle scarne guance sormontate da zigomi taglienti cresceva incolta una rada barba rossiccia, con i peli che spuntavano dalla pelle dritti come stiletti. Assieme a lui erano arrivati in Calabria qualche fiorentino e un francese, che Fabrizio era sicuro di aver già visto nel codazzo di nobili che circondava Luigi XII quando era entrato in Capua vincitore, ma che non aveva dato segni di averlo riconosciuto. Non se ne fece un cruccio, in ogni caso.

La scarna combriccola si trattenne alla rocca per un paio di notti, in modo tale da ragguagliare Ermal sulla - a loro dire - delicatissima missione che si accingevano a compiere, ma a Fabrizio fu impedito di partecipare alle loro conversazioni, che tennero a porte chiuse nello studiolo di Ermal, recentemente ridecorato da un maestro umbro che replicava la maniera fiorentina.

Per Fabrizio furono due giorni di estenuante lotta contro sé stesso, contro l’istinto che gli gridava di impedire ad Ermal di partire, di proteggerlo, contro la marea di dubbi e oscure profezie che gli affollava la mente. Quell’orrenda sensazione di essere sempre in bilico su un ramo sottilissimo, sul punto di spezzarsi sotto al suo peso, l’avrebbe mai lasciato? Se lo chiese, mentre osservava il piccolo Michele giocare assieme alla balia con il coperchio di una botte e con un orecchio cercava di carpire i pochi suoni che poteva udire provenire dallo studiolo in cui la compagnia fiorentina era riunita, ma si rispose che no, finché Giuliano Della Rovere fosse stato vivo quella costante paranoia non sarebbe mai andata via, insieme alla costante paura di perdere Ermal per qualche motivo, di perdere tutto quello che insieme avevano costruito.

Michele gli rivolse un minuscolo sorriso mentre la balia si sollevava energicamente le sottane e inseguiva il tappo della botte rotolato chissà dove e, al pensiero di perdere anche lui, il cuore di Fabrizio si sbriciolò.

Quella notte non riuscì a chiudere occhio. Si strinse contro Ermal con tutta la forza che aveva, sperando che quell’abbraccio fermasse per sempre il tempo, che congelasse il resto dell’eternità in quella notte infinita.

Ma la magia è affare di fattucchiere ed eretici e così, malgrado le sue disperate preghiere, l’alba giunse, rosa e brillante, portando con sé l’odore del mosto e dei fichi neri.

Per Fabrizio, guardare Ermal mentre lentamente tornava ai propri sensi dopo una lunga notte di sonno era sempre stato come assistere ad un’apparizione miracolosa, come bearsi della visione della bellezza che cercavano i pittori e i poeti, una bellezza che raramente le muse concedevano loro di afferrare, ma in quel mattino di fine settembre il loro dolce rituale gli sembrò una dolorosa e prolungata agonia.

Ermal sbatté le palpebre, prima di sorridergli delicatamente e nascondere il viso nell’incavo del suo collo. Così i lunghi istanti prima della sua partenza passarono, tra languide carezze morbide come il delicato frusciare della brezza marina tra le foglie degli alberi e dolci baci dati in punta di labbra, senza parlare, perché di parlare in quel momento davvero non ce n’era bisogno.

Ce n’era mai stato bisogno, tra loro?

Non si curarono di quanto tempo avessero passato così, quando Ermal decise a malincuore che era giunto il momento di prepararsi, Fabrizio tentò di blandirlo, di tenerlo stretto a sé ancora per un poco - “Un istante soltanto, ancora uno, ti prego” , gli disse, e l’occhiata penosa e triste che ricevette come risposta fu abbastanza da cavargli il cuore dal petto - ma fu tutto inutile, e alla fine dovette arrendersi.

I preparativi furono brevi, dato che la compagnia avrebbe viaggiato leggera e tutti sarebbero stati protetti da identità fittizie, come aveva istruito Machiavelli. Con il momento del commiato sempre più vicino, Fabrizio sentiva crescere in sé una paura antica, primigenia, che lo irretiva e gli schiacciava i polmoni come una crudele mano di gigante, e faticò moltissimo a rimanere immobile e in silenzio mentre i cavalli venivano sellati e le bisacce riempite con qualcosa con cui riempirsi lo stomaco fino alla prima locanda disponibile. Il cuore gli martellava dietro lo sterno come il maglio di un fabbro, con tonfi pesanti che gli riempivano le orecchie e scandivano il poco tempo che lo separava dalla partenza di Ermal.

“Se ti dovessero scoprire…”, accennò infine, incapace di trattenersi oltre, afferrandogli il braccio e costringendolo a voltarsi per guardarlo negli occhi, “io non potrò proteggerti. Non...non posso sopportarlo.”

Ermal gli sorrise appena. Le paure di Fabrizio erano anche le sue, ma se gliel’avesse detto non avrebbe fatto che alimentare il fuoco del timore che lo divorava dall’interno, incenerendogli l’anima... incenerendo l’anima di entrambi.

“Confida in Niccolò, Fabrizio, è un diplomatico capace. Affido a lui e alla Repubblica di Firenze la mia incolumità”, disse, alzando la voce in modo tale che tutti i presenti potessero essere testimoni delle sue parole. Machiavelli, che era impegnato a scorrere un plico di carte sigillate tra le dita, sollevò lo sguardo e si portò una mano al cuore, chinando appena la testa.

“La vostra fiducia è ben riposta, non dubitate”, affermò, ma Fabrizio - ormai temprato dai mille rovesci della Dea Bendata - scosse impercettibilmente il capo, per nulla rassicurato da quelle promesse che alle sue orecchie suonavano vane, vuote, inutili.

“Ermal, ti prego. C’è ancora tempo. Puoi ancora…”

Puoi ancora tirarti indietro, avrebbe voluto dire, ma dalla scura determinazione nel suo sguardo, Fabrizio capì che non sarebbe stato saggio proseguire oltre. Ermal sembrò ringraziarlo di quell’insperata cortesia e, quando uno dei fiorentini annunciò che era giunta l’ora di partire, inspirò forte l’odore di casa, per imprimerselo nelle narici e lasciarsene cullare nelle lunghe notti che avrebbe passato viaggiando sotto mentite spoglie verso Venezia, verso paludi e calli e canali, verso le nebbie che la notte risalivano dal mare e rendevano la laguna un luogo di spettri e di superstizioni.

Salutò il piccolo Michele per primo, sollevandolo da terra per abbracciarlo e portare con sé la sua esile forma di bambino, scolpita a viva forza nel suo cuore. Mai avrebbe pensato di potersi affezionare tanto ad un essere fragile e minuscolo, né mai avrebbe pensato di trasmettergli quello che lui aveva imparato, mai avrebbe pensato di fare - a suo modo - il padre, o di avvicinarsi così tanto a quello che un padre avrebbe dovuto essere per un figlio. Sentire le sue braccine magre avvolgersi attorno al suo collo gli provocò un’ondata furiosa di malinconia, sebbene ancora non se ne fosse andato: quanto gli sarebbe mancato stendersi con lui sotto le fronde rigogliose dei frutteti per leggere? Quanto gli sarebbero mancate le sue sporadiche parole, la sua voce dolce di bambino che con parsimonia consentiva al mondo di ascoltare? Quanto gli sarebbero mancati i suoi sorrisi che, sebbene tra loro non corresse alcun vincolo di sangue, gli ricordavano tanto quelli di Fabrizio? Nei suoi occhi si fecero strada le prime lacrime, ma le ricacciò temerariamente indietro. Se avesse pianto avrebbe dato a Fabrizio un motivo in più per stare in pena e quella, e sarebbe stato pronto a giurarlo di fronte al Creatore in persona, era l’ultima cosa che voleva.

Quando posò di nuovo Michele a terra, il bambino corse verso le gonne della sua balia, nascondendosi tra gli strati d rassicurante tela verde oliva, sotto il protettivo sguardo di Fabrizio che sembrava non abbandonarlo un istante da quando i due vecchi villici l’avevano portato da loro. Infondo, Ermal lo sapeva, Fabrizio era destinato a quel bambino tanto quanto quel bambino era destinato a Fabrizio, e in cuor suo sperò che un giorno quel piccolo nessuno avrebbe potuto risvegliarsi suo figlio, con un cognome e un’eredità da mettere a frutto per un avvenire di agio e prosperità. L’eredità dei Mobrici, certo, ma non la sua, che forse nemmeno era rimasta a lui e della quale nulla gli importava, se era quello il prezzo da pagare per vivere tutto il tempo che gli era stato concesso assieme all’uomo che amava.

Si accorse che Fabrizio l’aveva stretto tra le braccia soltanto quando sentì il delicato peso del suo mento sulla spalla, e le sue grandi mani da soldato che gli percorrevano la schiena nell’imitazione di un abbraccio fraterno e cameratesco, anche a se a quel punto delle cose non c’era più nulla che potessero o dovessero nascondere ad alcuno.

Sorrise appena, a quel pensiero, allacciando le mani dietro la sua schiena ed imprimendosi anche la sua, di forma, come sigillo sul cuore, per affrontare una lontananza che già si prospettava lunga e ricolma di malinconia.

“Ti prego, non andare. O, se proprio non puoi restare, torna presto”, lo sentì sussurrare al suo orecchio.

Il più giovane prese un respiro profondo, e la sua presa attorno ai fianchi di Fabrizio si fece più salda. Semmai avesse potuto esserci momento più giusto per dare sfogo a quelle lacrime che tratteneva con così tanta determinazione, sarebbe stato senza dubbio quello, tuttavia cercò di farsi forza per rinchiudere quell’inondazione, ancora una volta, in un luogo lontano, dove non potesse nuocere a nessuno.

“Ricordi quel trattato di filosofia greca, Fabrizio? Quello che sottraesti per me alla biblioteca personale di Ramiro de Lorqua e poi pagasti quel servo strabico per riportare indietro?”, gli chiese, e Fabrizio annuì. “Ecco, e ricordi anche che cosa diceva? Perché io ho conservato una copia di quel passaggio...diceva che il tempo è un inganno, ricordi? Il tempo è un inganno crudele, Fabrizio. Sarò a casa prima che tu possa giungere a notare la mia assenza”, azzardò.

Fabrizio proruppe in una minuscola risata che si collocava in un punto imprecisato tra l’amareggiato e il divertito, ma che malgrado tutto non mancò di scaldare il cuore di Ermal come un piccolissimo incendio, come ogni volta che Fabrizio dischiudeva appena le labbra e davanti ai suoi occhi si aprivano le porte del Paradiso.

“Perché continui a promettere invano, spergiuro? Dimmi solo che tornerai.”

“Tornerò, Fabrizio. Non permetterei mai alla Fortuna di separarmi da te senza averti al mio fianco.”

Mai, mai Fabrizio mio, morirei lontano da te, pensò, ma il buonsenso gli impedì di dare voce e forma a quel pensiero che Fabrizio avrebbe agilmente interpretato come un nefasto presagio, così si limitò a prendere una boccata del suo profumo e a pregare di poterlo stringere di nuovo come in quel momento, a pregare di ritornare presto al tepore dolce e languido delle loro lenzuola, per invecchiare insieme nascosti dal mondo.

“Ermal, vi prego, è ora di andare”, si intromise Niccolò Machiavelli, appoggiandogli rozzamente una mano sulla spalla con uno sprezzo così totale dello spazio personale da lasciarlo quasi allibito. Ermal non poté far altro che sciogliersi dall’intricato abbraccio e posare, delicatamente, un bacio sullo zigomo di Fabrizio.

“Sarai sempre nei miei pensieri”, mormorò contro la sua pelle dorata, contro le sue lentiggini da bambino.

“Resta vivo, ti prego.”

Resta vivo, ti prego.

Resta vivo, e torna da me.

Quelle parole non fecero che riecheggiare nella mente di Ermal, mentre in sella al suo cavallo scuro seguiva la compagnia dei fiorentini sul sentiero che l’avrebbe condotto nel cuore delle montagne e, da lì, fino a Venezia, per vie impervie e sconosciute. Chissà se Venezia odorava d’Oriente, come scrivevano i cronisti, o se davvero le strade erano lastricate di monete d’oro, come aveva sentito dire da ragazzino, quando alcuni dei suoi compagni di corso a Parigi erano tornati da un lungo viaggio che proprio a Venezia aveva avuto il proprio culmine e centro.

Forse sarebbe stata una città come un’altra, magari anche più squallida di tante anonime cittadine disseminate lungo tutta la Penisola. Magari più insignificante di Cesena, di Forlì, o di Imola, o d’Urbino. Dopotutto, persino la Città Santa non era santa per niente, si ritrovò a pensare mentre con un colpo di staffe spronava il cavallo per raggiungere Machiavelli, che cavalcava chino alla testa del piccolo corteo. Quando infine lo raggiunse, si concesse un’ultima, fuggevole occhiata alla rocca, alla figura ormai indistinguibile di Fabrizio alle sue spalle, e finalmente si abbandonò ad un pianto silenzioso, nascosto dentro il largo cappuccio che gli celava il viso.

Tornerò, Fabrizio.

Tornerò.





La mano di Michele nella sua sembrava minuscola, e pallida, e gracile. Fabrizio non si era reso conto che lo stava tenendo per mano fin quando Michele non gli aveva strattonato il braccio, impaziente di mostrargli qualcosa che aveva trovato nel frutteto.

“Un attimo, ancora un attimo”, gli disse, quando il suo strattonare si fece più insistente, e i secondi divennero minuti. Michele sbuffò, irriverente, ma fece del suo meglio per restare immobile, per aspettarlo, per esercitare quella pazienza di cui tutti sembravano cantargli le lodi, ma che lui non aveva ancora compreso a fondo che cosa fosse, o perché proprio a lui fosse sempre rivolto il consiglio d’esser paziente e mansueto, ma mai agli altri.

In lontananza si udì una campana stonata rintoccare, e il corteo sparì dietro un’ansa del fiume. Fabrizio fissò a lungo quel punto lontano senza sapere che cosa dire, fare, o semplicemente pensare. Michele gli strattonò ancora una volta il braccio e soltanto a quel punto riuscì ad imporsi di distogliere lo sguardo, di tornare alla vita, di ricordarsi come si faceva a respirare.

Andrà tutto bene , si disse, tornerà. Messer Machiavelli lo proteggerà, la Repubblica di Firenze lo proteggerà.

Fu soltanto quando una domestica dalle generose fattezze di contadina gli porse un fazzoletto di lino fine con un sorriso triste che si accorse di avere il viso rigato di lacrime.

La presa della manina di Michele attorno alla sua si fece più stretta, come quella di un piccolo uomo pronto a dar battaglia.

Andrà tutto bene , si ripeté, chiedendosi quante volte ancora quella frase priva d’un vero fondamento avrebbe ribadito a sé stesso, per non lasciarsi consumare dalla paura come uno stoppino schiacciato dallo zoccolo d’un cavallo.

Tornerà.

Tornerà.

Tornerà.

Tornerà…

Notes:

RINGRAZIAMENTI:

A Valentina e Milena, per l'affetto e l'amore incondizionato e le ore passate insieme su WhatsApp: grazie, perché ho trovato due nuove amiche, e questo vale molto più di qualsiasi altra cosa. Ad Elisa e Ivan, le costanti della mia vita, che tutti i giorni o quasi soffrono con me perché sono una pirla che sforna nuove idee per le fanfiction ad ogni ora, fermateme, ve prego. Ad Antigone2014, GioTanner, Frankie Demons, The Infamous Wine Bottle, J-Lock e a tutta la community MetaMoro di Tumblr: PIANTATELA DI FARMI PIANGERE, ANZI NO, VI VOGLIO BENE. Ed infine, a Federica, che con il suo capolavoro ha ispirato questa storia e che ogni giorno riempie il mondo di bellezza, rapaci e tartarughe.

Dal profondo del mio cuore, un sentititissimo ringraziamento a chiunque di voi abbia viaggiato con me, e sofferto con Ermal, Fabrizio, Cesare e Michele nel lungo percorso che ha concluso la fulgida stagione del Rinascimento Politico Italiano: senza di voi questa storia non avrebbe senso d'essere, ed io sarei più sola, più triste e meno sicura di me.

GRAZIE.
Alla prossima AU.

Camille

Notes:

Questa AU si basa principalmente sugli eventi narrati con rara maestria da Federica Soprani nel romanzo "Corella, l'Ombra del Borgia" e ne riprende la struttura narrativa, nel rispetto dell'unicità dell'opera e della sua autrice.
Ogni imprecisione storica è da attribuirsi a me e me soltanto, così come le invenzioni (sostenute da note a piè di pagina) che mi sono sentita di introdurre per dare ai personaggi un background più simile a quello della realtà.

Non sarò costante negli aggiornamenti perché la tesi di laurea mi sta succhiando via l'anima e la voglia di vivere: spero possiate comprendermi e continuiate a leggermi con affetto malgrado io sia pessima con il timing.