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Quando il ruggito tornerà

Chapter 7: Capitolo 6 - Katie Holt, il Paladino del Leone Verde

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I laboratori sulla stazione orbitale di Varnex tremarono quando il Leone Blu attraccò. Le luci di sicurezza lampeggiarono per qualche istante, poi tutto tornò stabile. L’eco del metallo e il fruscio dei sistemi di compensazione riempirono l’aria rarefatta.
Lance scese per primo ed entrò nel corridoio; Pidge lo seguì, i capelli raccolti alla meglio in uno chignon scompigliato, gli occhi già puntati sul terminale portatile per analizzare il campo gravitazionale della stazione.
«Se i miei calcoli sono giusti...» mormorò lei, sfiorando lo schermo. «Green dovrebbe trovarsi su un pianeta nascosto da una fascia orbitale di detriti, otto gradi a nord del laboratorio.»
Lance rise, spostando il peso da un piede all’altro. «E quando mai sono sbagliati?»
Lei non rispose. Per la prima volta, non era davvero sicura dei suoi calcoli. Il Leone Verde non le inviava segnali da giorni: nessun impulso energetico, nessuna risonanza captata dagli strumenti. Solo silenzio.
E Katie aveva il terrore che Morveth – così lo aveva chiamato Keith nella sua ultima comunicazione radio – l’avesse trovata.
Chiuse il palmare, trattenendo un sospiro. «Forse non è più interessata a farsi trovare da me.»
Lance si limitò a chinare la testa e a sorridere. «E se invece stesse solo aspettando che tu la smetta di ragionare come se tutto fosse un algoritmo e la ascolti davvero?»
Lei sbuffò, passandosi una mano tra i capelli, cercando di sciogliere i nodi. «Ascoltarla. Certo. E magari poi ci prendiamo anche un tè coi biscotti.»
Lance si avvicinò all’oblò della finestra panoramica. Fuori, lo spazio sembrava immobile: un mare nero disseminato di puntini bianchi, schegge di satelliti e resti di vecchie stazioni di ricerca. Ogni tanto, tra i detriti, lampeggiava un bagliore di quintessenza residua, come un battito cardiaco distante.
«Pidge, io non ci capisco molto di connessioni telepatiche o quintessenza…» disse serio. «Ma se i Leoni hanno scelto ognuno di noi, ci sarà un motivo. Green non ti ha mai voltato le spalle. Forse sei tu che hai smesso di credere in lei.»
Lei lo guardò per un secondo, sorpresa dal tono.
Abbassò lo sguardo sul palmare, osservando la mappa olografica della fascia orbitale. La traiettoria mostrava solo interferenze e punti ciechi, eppure, nel cuore del tracciato, c’era un’anomalia: una zona completamente silenziosa, priva di radiazioni, come se la realtà stessa fosse rimasta sospesa in quel luogo.
E Green amava i paradossi, i luoghi dove la logica si spezzava. Quel silenzio… sembrava proprio un invito a nozze, fatto su misura per lei.
«Va bene…» disse infine, fissandolo. «Non ho intenzione di aspettare ancora. Se Green è davvero lì, lo scoprirò di persona.»
Lance aprì la bocca per dire qualcosa, ma si fermò. Vide nei suoi occhi la determinazione che conosceva fin troppo bene, quella scintilla che nessuno avrebbe potuto fermare. Si limitò a un cenno. «So che puoi farcela da sola, ma… vuoi che venga con te?»
In quelle parole c’era una fiducia sincera che le fece sussultare un po’ lo stomaco, ancora scosso da quella situazione ambigua che si era creata tra loro durante il viaggio su NX-47.
Katie esitò un istante, osservandolo. Il suo istinto le diceva di accettare, ma quella volta non lo fece. «No. Non so che tipo di prova mi metterà davanti Green… e non voglio che tu ti metta in pericolo per causa mia.»
Lance annuì lentamente, rispettando la sua decisione anche se non era d’accordo. La guardò avviarsi lungo il corridoio principale, le luci si riflettevano sulla sua tuta verde come vetro liquido. Ogni passo che la separava da lui pesava più del precedente, eppure nessuno dei due trovò le parole per riempire quel silenzio.
Pidge attraversò il corridoio principale senza voltarsi.
Le porte automatiche si chiusero alle sue spalle con un sibilo sommesso, e per un istante tutto il laboratorio attorno a Lance parve sprofondare in un silenzio irreale. Solo il ronzio delle luci al neon e il battito accelerato nel suo petto riempivano l’aria.

Katie raggiunse l’hangar secondario, dove la sua piccola navicella d’esplorazione attendeva, sospesa tra le luci di attracco. La “Mantis”, come l’aveva soprannominata, era il suo progetto personale: compatta, agile e costruita su misura per le sue missioni di ricerca. Le paratie laterali scintillavano di riflessi verdi, a ricordarle il suo passato da Paladino.
Salì a bordo e attivò la sequenza di decollo.
«Coordinate impostate: fascia orbitale di Varnex, otto gradi nord. Destinazione non identificata. Procedere?» domandò la voce artificiale del computer.
«Affermativo.» rispose Katie, la voce ferma nonostante il nodo alla gola.
Dal vetro della cabina vide Lance ancora sulla piattaforma, minuscolo, le braccia incrociate e lo sguardo rivolto verso di lei. Si scambiarono un cenno silenzioso breve, ma pieno di significati che nessuno dei due aveva il coraggio di pronunciare.
La navicella si staccò lentamente dal suolo. Il bagliore blu dei propulsori avvolse la piattaforma e in un istante Pidge si ritrovò circondata dallo spazio profondo.
Ogni minuto che passava, la fascia di detriti si faceva più densa, le ombre più fitte. I sensori iniziarono a perdere il segnale.
«Rilevata zona di interferenza. Modificare la rotta?»
Lei ignorò l’avviso. «Negativo. Procedi.»
Le luci di bordo tremolarono, poi tutto si fece verde. Un lampo improvviso, come un battito di cuore cosmico, attraversò lo spazio e avvolse la Mantis. La navicella venne trascinata dentro la tempesta di detriti, ma invece di impattare, attraversò la materia come se fosse fumo.
Quando la luce svanì, Katie si trovò davanti a un pianeta che non compariva su nessuna mappa. Era coperto da foreste di cristalli e fiumi luminescenti che si snodavano come vene di luce nel buio. L’atmosfera brillava di sfumature verdi e turchesi, e nell’orizzonte, tra le nebbie ioniche, intravide la sagoma inconfondibile di Green: immobile, semisepolta tra radici e muschio luminescente. Il suo corpo era ricoperto da strati di cristalli, come se la natura stessa l’avesse protetto, nascondendolo alla vista. Gli occhi, spenti da almeno cinque anni, erano due laghi immobili di giada opaca.
Pidge trattenne il fiato e atterrò ai margini di una radura. I rilevatori della Mantis avevano già confermato che l’atmosfera fosse simile a quella terrestre — respirabile, stabile, ospitale — quindi si tolse il casco.
Quando il portellone della navicella si chiuse dietro di lei, Katie lasciò uscire un lungo sospiro. Avanzò lentamente. Ogni battito del suo cuore sembrava risuonare nell’aria. Davanti a lei, il Leone Verde giaceva in un silenzio maestoso.
«Green…» sussurrò, la voce più fragile di quanto volesse ammettere. «Sono io, ragazza. Se è una prova che vuoi, eccomi qui…»
Pidge si avvicinò ancora, appoggiando la mano sul muso metallico. La superficie era fredda, ma viva. Per un istante credette addirittura di sentire il battito di un cuore sotto le dita.
«So che ti sei nascosta per un motivo…» continuò, cercando di tenere la voce ferma. «Ma non posso combattere senza di te. Nessuno di noi può…»
Il vento si alzò, portando con sé un fruscio basso, quasi una risposta. Un ronzio attraversò il terreno e i cristalli che coprivano Green iniziarono a vibrare, poi a sollevarsi, sospesi da una forza invisibile. L’aria intorno alla leonessa divenne luce liquida, verde come la linfa, e il cielo stesso parve piegarsi verso di loro.
La risposta non arrivò con le parole, ma con una presenza nella sua mente, calma, vasta, eppure vicinissima che le parlava. La voce del Leone Verde vibrò come un’onda profonda che attraversava ogni pensiero. «Hai sempre creduto che la logica ti avrebbe protetta, che tua la mente potesse bastarti. Ma ora devi scegliere con ciò che temi di più: il tuo cuore.»
La luce si fece talmente intensa, che Pidge fu costretta a chiudere gli occhi. Quando li riaprì, non era più nella radura.
Il tempo sembrava essersi piegato su sé stesso, la vegetazione si muoveva controvento, i raggi di luce si frantumavano in schegge di vetro sospese nell’aria, e il terreno pulsava di energia verde. Si trovava in un luogo impossibile, sospesa in un’ampia distesa dove cielo e terra erano lo stesso elemento.
Ogni passo produceva delle piccole onde, come se stesse camminando sull’acqua. E davanti a lei, tra i riflessi tremolanti, c’era qualcuno.
Una figura minuta, i capelli corti e spettinati, gli occhiali enormi leggermente storti sul naso. Tutto, nel modo in cui stava in piedi di fronte a lei, le era familiare: la tensione, l’irrequietezza, la volontà di non mostrare paura.
Katie si irrigidì. La ragazza davanti a lei, era lei stessa – o meglio, una versione più giovane, con uno sguardo carico di una rabbia che la vera Pidge ricordava fin troppo bene.
«Che… cosa?» fece un passo indietro, cercando di mettere a fuoco l’immagine. «Chi sei?»
«Non fingere di non capire…» rispose l’altra, incrociando le braccia. «Tu sai chi sono. Io sono te… o meglio, una te che ha preso una strada diversa.»
«Cosa vuoi dire?»
La giovane Pidge inspirò a fondo. «Vengo da un momento diverso della tua vita. Quando su Arus, all’inizio della nostra avventura, tu hai scelto di rimanere con Voltron invece di andare a cercare Matt e papà. Tu hai deciso di unirti alla causa di Allura, mentre io di scappare, lasciare tutto il resto e cercarli da sola. Credevo che seguire solo il cuore fosse l’unico modo per salvarli.»
Le parole colpirono Katie come un pugno. Sapeva che sarebbe entrata in un’illusione, glielo aveva detto Lance dopo aver superato la sua prova, e Hunk e Keith glielo avevano confermato, ma non immaginava tanto.
La tensione che aveva provato in quei giorni le tornò in mente: la paura di perdere la sua famiglia, la rabbia di non sapere dove fossero, l’urgenza di dover proteggere anche gli Arusiani da Zarkon… e il desiderio di non dover fare mai più affidamento su nessuno. Questa era stata lei, una volta, prima che la sua razionalità prendesse il sopravvento e la spingesse a non abbandonare Voltron, Allura, Coran, i Paladini… Lance!
«Cosa vuoi da me?» le chiese.
La giovane Pidge indicò l’aria intorno a loro, dove le particelle di luce e energia verde vibravano e si piegavano in geometrie impossibili. «Green ha creato questo frammento temporale in cui lo spazio e il tempo si sono piegati per permetterci di incontrarci. Non stiamo cambiando il passato… siamo qui, in questa finestra sospesa, solo per questa prova.»
«Quindi sei solo una simulazione.» disse infine, quasi per convincersi. «Una proiezione di Green.»
L’altra rise, secca. «Ti nascondi ancora dietro le tue definizioni, eh? Non sei cambiata per niente.»
«Io non mi nas…»
«CERTO CHE LO FAI!» la interruppe l’illusione, avvicinandosi di un passo. «Hai passato tutta la tua vita a farlo! A nasconderti dietro i numeri, le formule, la logica… a cercare di capire tutto e di etichettarlo, a reprimere ogni tua emozione fino a non sentire più nulla!»
Katie la fissò, incapace di replicare subito. La giovane continuò, incalzante. «Ogni volta che ti sei trovata davanti a una scelta difficile, hai fatto la cosa giusta… quella giusta per tutti tranne che per te! Ti sei convinta che sacrificare ciò che volevi fosse sinonimo di forza, di maturità. Ma in realtà era solo paura. Paura di fallire, paura di perdere il controllo, paura di… aprirti
Le parole si fecero più taglienti, e per un istante Pidge provò la strana sensazione di essere davvero trafitta da se stessa. Strinse la mascella, le dita che tremavano impercettibilmente ai lati del corpo. «E TU INVECE?» ribatté, la voce bassa ma tagliente come una lama. «SEI SCAPPATA! Hai lasciato tutti, hai lasciato la missione… HAI LASCIATO LORO! Ti sei lanciata nel vuoto inseguendo un sogno, senza un piano, senza pensare a chi contava su di te!»
La giovane Pidge le si mise quasi faccia a faccia, gli occhi lucidi ma duri. «ALMENO IO HO SCELTO CON IL CUORE!» gridò, la voce incrinata. «Tu hai lasciato che fosse la tua stupida razionalità a scegliere per te! Hai detto addio a Matt, a papà… e a lui
Katie spalancò gli occhi, sorpresa. «Lui?»
L’altra sorrise, un sorriso che era insieme triste e feroce. «Lance. Non fingere di non sapere. Hai passato anni a negarlo, a nasconderlo dietro il sarcasmo, a chiamarlo “idiota” per non ammettere che ti mancava ogni volta che non era nella tua orbita.»
Katie aprì la bocca per rispondere, ma nessuna parola uscì. L’aria sembrava essersi fatta più pesante, intrisa di quella luce verde che ora pulsava come un battito cardiaco, sincronizzata con il loro respiro.
«Tu pensi di aver vinto perché hai saputo restare lucida, perché hai guidato missioni, ricostruito basi, salvato mondi.» continuò l’altra, la voce più bassa, quasi un sussurro. «Ma dentro, lo sai anche tu: ogni volta che lui ti guardava, una parte di te cedeva. E tu la seppellivi, la chiamavi debolezza, la nascondevi dietro le equazioni. Ma non puoi calcolare tutto, Katie. Non puoi programmare il cuore.»

L’energia attorno a loro iniziò a vibrare, come se il mondo stesso reagisse al conflitto. Le onde di luce si fecero più violente, distorcendo la realtà. E fu allora che, tra le fratture dello spazio, comparve una sagoma familiare. Fluttuava a pochi metri da terra, immerso in una luce pallida.
Sembrava addormentato, o sospeso. Ogni volta che le due Pidge si gridavano contro, la sua forma diventava instabile, come se la tensione tra loro lo spezzasse.
La giovane Pidge lo vide per prima. «LANCE!» urlò, la voce incrinata da un misto di sorpresa e terrore. Corse verso di lui, ma una barriera di energia la respinse con violenza, scagliandola indietro. Un lampo verde e bianco esplose tra loro, lasciandola a terra, il respiro mozzato.
Katie si lanciò istintivamente verso di lei, inginocchiandosi. «Ehi! Stai bene?»
L’altra tossì, il viso contratto. «Cosa… cosa diavolo è successo?»
Katie lo fissò, lo stomaco stretto in un nodo. «È un costrutto di quintessenza… ma è legato a noi. Alle nostre frequenze emotive.»
«Cosa?» chiese l’altra, il tono carico di panico e rabbia. «Vuoi dire che se non smettiamo di litigare, lo distruggeremo?»
La Katie adulta annuì lentamente, e per un lungo momento, rimasero entrambe in silenzio. L’aria intorno a loro vibrava come una corda tesa, e ogni loro respiro faceva pulsare il campo energetico che avvolgeva Lance.
Le onde di luce si attenuarono leggermente, ma non del tutto. Il corpo del ragazzo continuava a svanire, pixel dopo pixel, come un’immagine digitale che perde risoluzione. Un braccio, poi una spalla, poi il contorno del volto: dissolti in una danza crudele di luce e vuoto.
Katie si avvicinò, inginocchiandosi di fronte a lui. La sua mano tremò mentre cercava di toccarlo, ma le dita attraversarono solo aria e scintille verdi. «Non è davvero lui…» mormorò, quasi per sé stessa. «È solo un’illusione. Il vero Lance è su Varnex, e probabilmente sta giocando ai videogiochi.» tentò un sorriso ironico, ma la voce le si incrinò a metà frase.
L’altra si avvicinò piano, stringendo i pugni. «Non importa!» disse con voce tremante. «Io… non voglio perderlo. Anche se non è reale.» si voltò verso Katie, gli occhi lucidi, ma lo sguardo ancora fermo, razionale, come se volesse analizzare anche il proprio dolore. «È sempre stato così, vero? Anche quando era reale, anche quando era con noi… non ci siamo mai concesse di amarlo davvero.» fece un mezzo sorriso amaro. «Lo tenevamo a distanza. Lo prendevamo in giro, lo rimettevamo in riga quando si comportava da idiota, cercavamo di capire come funzionava la sua testa ma non abbiamo mai avuto il coraggio di guardarlo per ciò che era. Non il pilota impulsivo, non il ragazzo che faceva battute… ma la persona che resisteva sempre, anche quando tutti gli altri cadevano a pezzi.»
Quelle parole colpirono Katie come un pugno. La razionalità che l’aveva sempre guidata si incrinò, un frammento dopo l’altro. Non voleva ammetterlo, ma anche lei provava la stessa paura: perdere Lance, perderli tutti, perdere sé stessa.
«E se Green non volesse che scegliamo chi ha ragione?» disse, alzando lo sguardo sull’altra. «E se volesse che smettessimo di dividerci?»
La giovane Pidge esitò. «Che vuoi dire?»
«Che forse non c’è una Katie giusta e una sbagliata. Solo due metà che non hanno mai imparato a lavorare insieme.»
Si guardarono a lungo. Poi, lentamente, la più giovane tese la mano. «Allora… facciamolo insieme.»
Katie esitò un istante, poi la afferrò.
Una luce verde esplose intorno a loro, avvolgendole in un bagliore caldo e intenso che fuse i loro contorni, le loro voci, i loro ricordi. Per un attimo, Katie vide la sé stessa bambina, e sé stessa adulta, e tutto ciò che c’era nel mezzo: la rabbia, la paura, la curiosità, l’amore mai pronunciato. E nel cuore di quella luce, Lance aprì gli occhi e sorrise.
La voce di Green le ronzò con energia profonda e vibrante nella mente. «Hai trovato il tuo equilibrio! Non hai rinnegato la tua razionalità, ma hai scelto di seguire anche un’altra strada. È questo che ti rende degna di me.»
Quando tutto finì, Pidge era sola nella radura. Green brillava davanti a lei, gli occhi finalmente accesi, due soli di giada pura. Katie si portò una mano al petto, il respiro ancora affannoso. Per la prima volta da anni, non era stata la mente a salvarla. Era stato il cuore. La prova non era solo la sua abilità o il coraggio fisico, ma il coraggio di ammettere, accettare e seguire ciò che sentiva davvero.
Il Leone si chinò, come per salutarla.
Katie sorrise debolmente. «Ehi ragazza. Stavolta mi hai insegnato molto.»

Il terreno vibrò mentre una voce familiare dietro di lei, ruppe il silenzio. «Ehi, nerd. Potresti anche smettere di farmi prendere un infarto, ogni volta che decidi di fare la tosta da sola.»
Katie si voltò di scatto.
Lance era lì. In carne e ossa. La visiera del casco blu sollevata, i capelli arruffati, il respiro corto. Alle sue spalle, il Leone Blu si posava con un ruggito profondo, la luce dei motori che sfumava nel verde di Green.
«Come… come hai fatto ad arrivare qui?» chiese lei, incredula.
«Ho tracciato il navigatore della Mantis. Non potevo lasciarti andare da sola.» rispose, con un mezzo sorriso stanco ma sincero. Poi si avvicinò di un passo. «Quando il segnale è sparito, pensavo…» si fermò, la voce che gli si spezzava appena. «Pensavo di averti persa.»
Pidge rimase immobile. Il cervello le diceva di rispondere con una battuta sarcastica, come sempre, ma la mente era decisamente troppo stanca per pensarla.
«Non dovevi venire.» riuscì solo a dire, ma la voce le tremò.
«Lo so, sei forte e ce l’avresti fatta tranquillamente da sola.» ammise Lance. «Ma se ti fosse successo qualcosa e io fossi rimasto fermo a guardare… non me lo sarei mai perdonato.»
Il cuore di Katie si strinse. Per anni aveva creduto che tenere tutto dentro l’avrebbe protetta, che ignorare ciò che sentiva fosse l’unico modo per restare lucida. Ma dopo aver affrontato sé stessa, non poteva più mentire.
«Lance…» iniziò, cercando le parole, ma lui la interruppe piano.
«Pidge, se devi rimproverarmi per essere venuto, fallo dopo. Adesso voglio solo sapere se stai bene.»
Katie rise piano. «Sto bene. Credo.»
Fece un passo verso di lui, poi un altro. Ogni battito del cuore sembrava più forte del precedente.
«Lance, io… ho passato anni a pensare che se mi fossi lasciata distrarre da… certe cose, avrei smesso di essere me stessa. Che i sentimenti mi avrebbero solo confusa. Ma…»
Si fermò davanti a lui, così vicina che riusciva a vedere la stanchezza e la paura ancora nei suoi occhi. «Ma tu sei diventato la cosa più chiara che ho. E non lo sapevo finché non ho rischiato di perderti.»
Lance la guardò, immobile. Qualcosa nei suoi occhi cambiò, un’ombra di esitazione, quasi un dolore trattenuto. «E James?» chiese piano, la voce incrinata appena. «Pensavo che… voi due…»
Katie lo fissò, sorpresa. Per un istante non capì se stava cercando una conferma o una scusa per allontanarsi. Poi scosse lentamente la testa. «James è stato… un capitolo che non è mai davvero cominciato. Mi voleva bene, e io gli volevo bene, ma non era amore. Era solo più… facile. Non rischiavo niente con lui.»
Abbassò lo sguardo, inspirando piano. «Tu, invece, sei sempre stato un rischio. Troppo grande, troppo vero. E forse per questo ho passato anni a negarlo.»
Lance fece un passo avanti. Nei suoi occhi non c’era più esitazione, solo un calore sincero, disarmante. «Allora smetti di negarlo.»
La sua voce era bassa, ma ferma, piena di quella verità che non aveva più bisogno di essere nascosta. Fece una breve pausa, poi aggiunse, quasi sussurrando: «Sai, nella mia prova… ho dovuto lasciar andare. Allura. Per davvero. E in quel momento ho capito chi era rimasta accanto a me per anni, anche quando non me lo meritavo.»
Katie restò immobile, il respiro sospeso. Quelle parole le colpirono, inarrestabili.
Lance continuò, un accenno di sorriso amaro sulle labbra. «Tu, Pidge. Sei sempre stata lì. Quando tutto crollava, quando io facevo finta di stare bene… tu c’eri.»
Le mani di lui si mossero da sole: una sulla sua spalla, l’altra a sfiorarle il viso. Katie si lasciò toccare, senza scappare, senza cercare una risposta razionale.
«Finalmente…» sussurrò Lance. «Finalmente per una volta ti sei concessa di essere irrazionale.»
Lei rise piano, con le lacrime che le bruciavano agli occhi. «Sì… e mi spaventa da morire.»
«Lo so.»
Poi la tirò a sé, e lei lo abbracciò, con la forza di chi ha combattuto per troppo tempo contro sé stessa.