Chapter 1: The Grand Durham Hotel
Notes:
"I watched the guys getting high as they fight
For the things that they hold dear
To forget the things they fear"-How to disappear, Lana del Rey
Chapter Text
Era una normale giornata di alta stagione al Grand Durham Hotel. Uomini, donne e bambini ben vestiti andavano e venivano dalla porta girevole in vetro, con un sorriso a trentadue denti stampato sul volto. Venivano sempre accompagnati da enormi bagagli, che avevano l'aria di contenere qualcosa d'importante e allo stesso tempo di essere vuoti. I raggi del sole di mezza mattina, riflessi dalle finestre, facevano brillare l'atrio placcato in oro attraverso uno straordinario spettacolo di luci.
Questa mirabile vista, che avrebbe dovuto impressionare il visitatore medio, dava sui nervi al giovane Alec Scudder. Purtroppo, in qualità di facchino tuttofare, era rilegato all'ingresso almeno finché non avrebbe dovuto condurre degli ospiti alle loro camere. Era costretto a rimanere fermo alla reception con spalle dritte e guanti puliti, senza poter riposarsi nemmeno un attimo sugli innumerevoli divanetti. Per di più, doveva indossare una stupida uniforme rossa e un ancor più stupido cappello circolare che gli ammaccava la matassa di riccioli bruni.
Insomma, non era del tutto soddisfatto del proprio mestiere. Se avesse potuto, si sarebbe licenziato ad occhi chiusi, tuttavia il portafogli glielo impediva. Infatti proveniva da una famiglia rispettabilissima, ma umile. Gli Scudder erano conosciuti in tutta Londra per la loro invidiabile laboriosità, grazie alla quale riuscivano ad arrivare a fine mese saltando da un lavoretto all'altro. Negli anni, avevano accumulato un bel gruzzoletto con cui avevano inaugurato una piccola macelleria, coronando il sogno di generazioni. Tutto era andato a rotoli, però, con lo scoppiare della seconda grande guerra e con la leva militare. Alec non ricordava bene quel periodo, in quanto all'epoca dei fatti era solo un ragazzino, ma ricordava la fame. Perciò appena maggiorenne, aveva deciso di cercare un lavoro e, pur senza esperienza, fu assunto all'hotel.
Alla fine lo stipendio non era male, inoltre era incluso vitto e alloggio. Ciò che veramente detestava era la gente che frequentava l'albergo e i loro proprietari: esponenti sprezzanti e altezzosi dell'élite inglese. Non aveva mai sopportato le ingiustizie sociali, infatti spesso in passato si era ribellato ad esse. Adesso, però, se voleva mantenere il posto di lavoro, era costretto al silenzio. Si concedeva solo di tanto in tanto qualche occhiataccia riservata ai clienti avari, che non mollavano nemmeno uno scellino di mancia.
Sebbene ci fossero infinite mansioni da svolgere e poco personale, poteva capitare che si annoiasse mentre aspettava all'ingresso. Di conseguenza, faceva ricorso a svariati espedienti per ammazzare quei momenti morti. Il suo passatempo preferito era sempre stato quello di osservare le migliaia di ospiti che soggiornavano all'hotel. Di tanto in tanto s'imbatteva in qualche viso familiare, ma per la maggior parte erano vistosi sconosciuti. Adorava indovinare il motivo della loro permanenza solo in base al loro aspetto, e nel tempo era diventato piuttosto bravo nel farlo. Grazie al suo infallibile intuito, era in grado di cogliere le manie e le passioni più nascoste della loro psiche. Addirittura spesso scommetteva con gli altri domestici, giurando di riuscire a scoprire i segreti di tutti gli ospiti.
Si divertiva a studiare quella gente così diversa da lui e dall'ambiente da cui proveniva. Gli sembravano tutti così drammaticamente esagerati, simili ai personaggi di una commedia. In effetti, era proprio come assistere ad uno spettacolo teatrale, oppure di stare allo zoo. Memorizzava all'istante le figure più singolari e interessanti, immaginando la loro vita al di fuori dell'albergo. A volte si affezionava a certi clienti, altre invece arrivava ad odiarli fino alla morte.
Ma chi aveva conquistato il suo disprezzo nella maniera assoluta era il signorino Clive Durham, figlio dei proprietari e quindi anche prossimo erede. Negli anni passati non si era mai degnato di farsi vivo all'hotel, ad eccezione di poche sporadiche occasioni in cui si tenevano feste organizzate dai suoi familiari. E durante queste brevi apparizioni si era dimostrato un giovane uomo snob e cinico. Sebbene fossero coetanei, Alec percepiva un senso di inferiorità in sua presenza a causa di quell'atteggiamento classista. Tutti i domestici erano della stessa idea, tuttavia cercavano di nasconderlo a tutti costi.
Da qualche mese a questa parte, in verità, Clive stava visitando l'edificio più spesso fino ad diventare una presenza fissa per la gioia di Alec. Questo strano cambiamento era dovuto al fatto che, avendo compiuto ventiquattro anni, presto avrebbe ereditato l'attività di famiglia, e quindi doveva imparare al meglio il mestiere. Sarebbe stato un intento nobile, se non sprecasse il suo tempo a girovagare tra i sontuosi corridoi e le suite lussuose. Era risaputo che fosse un giovane uomo intelligente, in quanto aveva frequentato Cambridge laureandosi col massimo dei voti; dunque la sua pigrizia dovuta all'ozio tipico dei ricchi sorprendeva i domestici. Invece di darsi da fare, si limitava a passeggiare pensieroso e a guardare dall'alto in basso chiunque gli ostruisse la strada.
Era capitato che portasse al suo seguito un paio di amici, probabilmente ex-compagni di università, ma nessuno di questi, seppur lusingato all'idea, si era mai fermato a dormire lì. Nessuno tranne uno.
"Scudder! Aiuta questo gentiluomo a trovare la sua camera". Alec fu risvegliato dal suo sogno ad occhi aperti da un ordine proveniente dal vecchio Simcox, maggiordomo storico del Grand Durham Hotel. Si avvicinò immediatamente al cliente e lo salutò con un inchino. La chiave che gli era stata consegnata alla reception era la 340, una suite molto carina ma modesta rispetto alle altre. Mentre si faceva carico del suo bagaglio, si rese conto di quanto fosse leggero. Classico ospite sulla trentina venuto a Londra in cerca di fortuna nella Borsa. "Mi segua, signore" affermò Alec, poi si incamminò verso l'ascensore.
Mentre raggiungevano il terzo piano, ebbe modo di osservare il cliente con attenzione. La sua fisionomia così ordinaria e inglese, però, subito lo stancarono. Pertanto, tentò di liberarsene il prima possibile. Una volta giunti a destinazione, il gentiluomo gli offrì tre scellini di mancia: l'ennesimo ospite tirchio. Tuttavia Alec li accettò di buon grado, contento di poter tornare alla reception.
Una volta giunto nell'atrio, si avvicinò al bancone e vi appoggiò con noncuranza i gomiti. "Buongiorno Milly" salutò, sebbene fossero quasi suonate le dodici. L'amica, concentrata nel suo lavoro, sorrise distrattamente senza incrociare il suo sguardo. Alec però non si offese. I due si conoscevano ormai da tre anni, visto che entrambi erano impiegati dell'hotel. Milly era stata assunta come domestica ma, data la sua abilità nel fare i conti, spesso sostituiva i suoi colleghi maschi alla reception. Al suo arrivo, era saltata subito agli occhi di Alec e c'era stato anche un breve periodo di corteggiamento, che alla fine si era rivelato vano. Tuttavia rimanevano legati da una solida amicizia.
"Quanto soggiorna il tipo della 340?" chiese mentre cercava di sbirciare tra i vari documenti.
"Lo sai che non posso dirtelo" rispose Milly, comprendendo all'istante le intenzioni dell'amico. Le labbra di Scudder si arricciarono in una smorfia scherzosa. "Sono disposto a dividere la mancia che mi ha dato se me lo dici" offrì in un azzardato tentativo di persuasione.
La giovane sospirò:"Te li puoi tenere quei quattro spiccioli che gli hai spillato". Alec rise, poi accettò la sconfitta.
Si voltò verso l'ingresso e tornò ad osservare quel porto di mare. Notò un bambino che piangeva e la madre imbarazzata che tentava di calmarlo. Furono presto raggiunti dal padre, che zittì il figlio con un giocattolo nuovo di zecca. Era proprio un bel quadretto, come quelle famiglie che si vedevano in televisione. Eppure tutta quella perfezione lo infastidì, quindi cambiò soggetto. Ed ecco un uomo dirigersi verso l'ascensore mentre fumava una pipa. Aveva un portamento strano, forse era rimasto zoppo a causa della guerra. In effetti il volto severo ed emaciato da soldato lo aveva. Prima che potesse giungere ad un verdetto, però, il signore svanì dal suo campo visivo.
"È il tuo turno di spolverare il salone regency, non te lo scordare" lo avvisò Milly sovrappensiero. Quando ad Alec non piaceva una mansione, ricorreva ai più fantasiosi stratagemmi pur di evitarla. Quindi, stavolta la ragazza aveva deciso di beccarlo prima del tempo.
"Non può farlo Simcox? Mi deve un favore" ribatté lui appigliandosi ad una vana ancora di salvezza.
"No, è il tuo turno. E semmai sei tu che devi un favore a lui, per tutte le volte che ti ha coperto" esclamò rigida Milly.
Alec avrebbe voluto continuare a discutere, ma dei nuovi clienti l'avevano raggiunta al bancone. Pertanto sbuffò irritato, in prospettiva del lungo pomeriggio che lo aspettava.
Si guardò i mocassini nuovi che in qualche modo era già riuscito a sporcare. Sebbene avesse imprecato sottovoce per l'accaduto, fu sentito da un'anziana donna, che gli rivolse un'occhiata di disprezzo e farfugliò qualcosa sul carattere indisponente della servitù. Ispezionò i suoi guanti e fu sollevato nello scoprire che erano ancora impeccabili. Infine tornò alla sua posizione iniziale, in attesa di nuovi clienti. Dopo una manciata di minuti non riuscì a trattenere uno sbadiglio, dovuto alla mancanza di sonno. Era stanco e annoiato. Si chiese se avrebbe potuto abbandonare la reception per andare nell'immenso giardino, con la scusa di dover raccogliere le foglie cadute. Stava quasi per coronare questa sua intenzione, quando due nuove figure fecero il loro ingresso nell'hotel.
Uno era Clive Durham, il piccolo proprietario. Sembrava star ridendo di gusto per qualche trovata del suo amico. Era entrato senza neanche salutare i domestici che lo avevano accolto, tipico del signorino. Teneva in mano un libro vecchio e logoro, molto probabilmente un classico greco. L'attenzione di Alec, però, fu catturata immediatamente dal misterioso accompagnatore.
Anche lui sfoggiava un sorriso divertito, benché lo facesse con maggior moderazione. I capelli dorati brillavano alla luce del sole, donando alla sua figura un qualcosa di divino. E che dire di quegli occhi azzurro-grigio, che ridevano con le labbra rosse. Nonostante non avesse compiuto nessun gesto eclatante, la sua presenza s'impose in quell'atrio palloso che improvvisamente divenne interessante. Alec lo conosceva solo come signor Hall, tuttavia era chiaro che fosse molto legato a Clive. Notò infatti che una mano del signor Durham era nascosta sotto il braccio dell'amico.
Non era la prima volta che visitava l'hotel in sua compagnia, anzi spesso lo intimava a pernottare lì sempre nella stessa suite: la camera blu. Ormai quella stanza era riservata al signor Hall e non poteva essere profanata da nessuno. Non molti fecero caso a questa strana coincidenza eccetto Alec, consapevole del fatto che la camera di Clive si trovava sullo stesso piano. Aveva speculato spesso sull'insolita amicizia dei due: sapeva che avevano frequentato Cambridge insieme, ma il loro legame non poteva essere etichettato come quello che unisce due ex-compagni di università. Erano parecchio più vicini.
Osservò un vecchio domestico prendere il cappotto del signor Hall, rivelando un abbigliamento elegante al di sotto. Fu allora che si rese conto della valigia che trasportava. Senza neanche pensarci si fiondò nella loro direzione, ma fu anticipato da un altro facchino. Deluso, tornò accanto al bancone. I due però non si avvicinarono per il check-in e presto svanirono nell'ascensore.
Alec, che non aveva staccato gli occhi neanche per un attimo da quella figura accattivante, iniziò a tartassare la povera Milly di domande. "Per quanto resterà all'hotel?" chiese con la stessa euforia di un cucciolo.
"Di nuovo, non posso dirtelo".
"Dai Milly, lo sai che con il signor Hall è diverso. Quello è capace di soggiornare per anche due mesi interi o per una sola notte" insistette sbattendo i gomiti sulla superficie in marmo.
La ragazza sospirò e stavolta fu lei ad accettare la sconfitta. "Due giorni".
"Così poco?" pensò Alec ad alta voce. Nonostante lo sconforto, si disse che avrebbe dovuto capirlo dall'unico bagaglio che portava con sé.
Non riusciva a spiegarsi il motivo di quella sensazione malinconica. In fondo il signor Hall non lo conosceva: per lui Alec era uno dei tanti facchini dell'albergo. Eppure l'inconscio di Alec desiderava scoprire tutto su quell'uomo. Voleva venire a capo di quell'alone di mistero che lo avvolgeva. In aggiunta, il signor Hall era l'unico che sfuggiva al suo fiuto: davvero non riusciva a metterlo a fuoco. Per adesso era solo il migliore amico di Clive che lo seguiva dappertutto come un cagnolino.
"Scudder! Mi senti?" esclamò Simcox, riportandolo alla realtà. "Aiuta questo buon uomo con le valigie, poi aspetto di vederti nel salone regency" indicò un signore seduto all'ingresso, che si guardava attorno spaesato. Alec sbuffò, guadagnandosi un colpetto di rimprovero sulla testa. Mentre saliva con il montacarichi, dannò quella noiosa giornata.
Dopo un fugace pranzo, si recò nell'immenso salotto munito di scopa e paletta. Aveva abbandonato l'orribile giacca e il cappello nella sua stanza, quindi ora indossava un gilet rosso con bottoni color oro, una camicia non stirata e un paio di pantaloni grigio scuro. Odiava quell'abbinamento, ma la scelta era tra quello o la giacca infernale. Quanto ai riccioli, li aveva dovuti pettinare per assumere un aspetto meno ridicolo. Milly gli aveva ceduto la sua attrezzatura, dunque ora si apprestava a svolgere quella mansione una volta per tutte.
Aveva iniziato dalle mensole, spolverando con un panno tutti i gingilli posizionati sopra. Li ispezionava uno per uno, stimando il loro valore. Qualunque esso fosse era una spesa troppo elevata per il suo portafoglio, pertanto si curava di non romperli o danneggiarli. Era trascorsa appena mezz'ora, eppure le braccia gli dolevano già per la fatica. Decise di prendersi una pausa, perciò si lasciò cadere su uno dei divani. Era straordinariamente comodo e il tessuto avvolgeva calorosamente il suo corpo stanco.
Si massaggiò le tempie, alleviando il mal di testa. Riposò gli occhi per qualche secondo e subito rischiò di addormentarsi. Preferì evitare il pericolo tenendosi impegnato. Afferrò un libro che era stato abbandonato sul tavolino in mogano e lo maneggiò goffamente, come se fosse il suo primo incontro con un volume. In realtà sapeva sia leggere che scrivere, ma non era un assiduo lettore. Tuttavia gli piaceva il profumo e la consistenza della carta, tanto che spesso si rifugiava nella piccola biblioteca dell'hotel solo per aggirarsi tra gli scaffali colmi di storie lontane e fantastiche.
La copertina di questo libro era un bel bordeaux e al suo centro vi si trovava il suo titolo e il suo autore. "Il fantasma di Canterville di Oscar Wilde" mormorò quasi per memorizzarlo. Aveva sentito parlare di quello scrittore inglese, ma in quel momento non ricordò nessuna informazione in particolare. Aprì il volume e lesse la prima riga. Si concentrò sul serio, immaginando le avventure che gli avrebbe riservato quella lettura. Non era arrivato neanche a fine pagina che udì la porta scricchiolare.
D'istinto si alzò in piedi e lasciò il libro sul divano. Sentiva di essere stato colto con le mani nel sacco, anche se effettivamente non stava compiendo niente di male. Ancor peggio la persona che era appena entrata era proprio il signor Hall, subito seguito da Clive: Alec concluse che qualcuno aveva scagliato il malocchio contro di lui. Salutò il padrone con un inchino rapido, poi tornò al suo lavoro. Si diede dello stupido mentalmente per quell'atteggiamento inappropriato.
"Scudder, ti ci vuole ancora molto?" chiese Durham, infastidito dalla sua presenza. Prima che potesse rispondere, l'amico lo interruppe:"Lasciamolo lavorare in pace, Clive. Ci metteremo poco" e rivolse un sorriso di cortesia al domestico.
Era la prima volta che Alec ascoltava distintamente la voce del signor Hall. Era così familiare, da infondergli un senso di tranquillità. Annuì e dovette lottare contro i propri muscoli pur di non ricambiare il sorriso.
Clive non era ancora del tutto convinto, tuttavia si lasciò persuadere. Si sedette sul divano che Alec aveva dovuto liberare e si mise a farfugliare sulla politica. L'amico lo raggiunse, non perdendo nemmeno una parola di quel discorso. Terminato quell'argomento i due cominciarono a leggere il volume che Alec aveva visto Durham trasportare. Così scoprì che si trattava del Simposio di Platone, un trattato filosofico sull'amore. Sebbene fosse curioso, non riuscì a cogliere molto dai sussurri dei due lettori. Quindi si limitò ad occupare un ruolo di sfondo e continuare a spolverare.
Quando si stancarono di Platone e le sue idee, intrapresero un acceso dibattito sulla religione e sull'esistenza della Trinità. Il cinismo di Clive venne rivelato dopo poche battute, che affascinarono il signor Hall. Difatti da un po' aveva smesso di rispondere alle provocazioni, essendo troppo impegnato a contemplare l'amico. Alec si sentì di troppo e desiderava finire il lavoro il prima possibile. Velocizzò i suoi movimenti, pur non prestando attenzione alla qualità dei suoi sforzi. Finalmente stava spazzando, il che significava che presto avrebbe abbandonato il salone.
Tentò di fissare il suo sguardo al pavimento, eppure gli sfuggì qualche occhiata fugace alla coppia. Per un attimo gli parve di aver visto il signor Hall sistemare una ciocca dei capelli neri di Clive: un gesto intimo non destinato ad occhi indiscreti. Una folata di gelosia gli soffiò nel petto, ma prontamente la scacciò via. Subito dopo, forse per l'imbarazzo, Durham si alzò e con una scusa si allontanò dalla stanza. Così Alec rimase da solo con quell'uomo indecifrabile.
Imprecò contro l'architetto dell'albergo per aver progettato un salone enorme e inutile. In signor Hall, invece, si accese semplicemente una sigaretta. Una leggera nube grigia si alzò fino al soffitto e poi svanì nel nulla. Voleva fumare anche lui, ma di certo non poteva chiedere ad un ospite una sigaretta.
All'improvviso udì un sommesso: "Il fantasma di Canterville, eh?".
Si girò verso la fonte di quel suono con lo sguardo perplesso.
"Lo stavi leggendo, non è vero? Prima che io e Clive entrassimo" chiarì il signor Hall con tono garbato. Non era tenuto ad intrattenere una conversazione con un domestico, eppure aveva deciso di farlo lo stesso. Forse non sopportava a lungo il silenzio.
"Si, signore" rispose e aggiunse delle scuse per il comportamento non consono. Il suo interlocutore si mostrò compiaciuto e lo tranquillizzò:"Va tutto bene, ehm"
"Scudder" intervenì in suo aiuto.
"Giusto" borbottò il signor Hall, poi abbandonò il comodo divano e, con un sorriso enigmatico sul volto, se ne andò anche lui.
Chapter 2: Tonight the music seems so loud
Notes:
"You're growing tired of me
And all the things I don't talk about"-A pearl, Mitski
Chapter Text
Alec era sprofondato in un sonno profondo appena si era buttato sul letto. Era stata una giornata pesante e si meritava un po' di riposo. Dormì senza sognare, come se perfino il suo cervello fosse troppo stanco per intrattenerlo durante le ore notturne. Si svegliò di scatto alle quattro del mattino, com'era sua consuetudine. Il sole non era ancora completamente sorto, ma dei raggi timidi illuminavano debolmente la volta celeste. Si stiracchiò, destando tutti i suoi muscoli. Poi si passò una mano tra i ricci e per poco rischiò di incastrala in quella matassa. Si mise a sedere e poi sbadigliò.
Non aveva alcuna minima voglia di lavorare quella mattina. Per di più, era prevista per quella sera uno dei famosi ritrovi della famiglia Durham: parenti e amici si riunivano nell'hotel per condividere un pasto tra battute squallide e discorsi di attualità. Era abitudine dei proprietari utilizzare l'edificio come una tenuta, senza alcun ritegno nei confronti degli ospiti e dei domestici. Alec sarebbe stato impegnato tutto il giorno per i preparativi e tutta la sera per servire i commensali. Forse proprio per quell'occasione il signor Hall aveva raggiunto l'albergo, ovviamente su invito di Clive.
Dopo aver contemplato come ogni mattina l'idea delle dimissioni, indossò i vestiti da lavoro velocemente, tentando di sfuggire al freddo mattutino. Si sciacquò il viso con l'acqua gelida del rubinetto, svegliandosi completamente. Motivato da una scarica di energia, prima di inaugurare la giornata rifece alla meglio il letto accorgendosi di dover cambiare le lenzuola. Infine tentò di riordinare la piccola scrivania in legno su cui vi si trovava, tra le altre cianfrusaglie, la copia rubata de "Il fantasma di Canterville".
Quando lasciò la sua stanza, si imbatté in Milly nel corridoio. Aveva addosso la sua divisa da cameriera, in vista del programma giornaliero. Dalle occhiaie del suo viso, sembrava che qualcuno l'avesse appena buttata dal materasso. Dopo un rapido "buongiorno" si recarono entrambi nell'immensa cucina, dove riuscirono a rubare due dolciumi per colazione. Poi arrivarono i temibili ordini. Il ricevimento si sarebbe tenuto nella sala da ballo, che per l'occasione sarebbe diventata un'enorme sala da pranzo. Quando la raggiunsero, vi trovarono già alcuni colleghi intenti a spostare i tavoli. Alec si unì a loro, invece Milly cominciò a spolverare negli angoli.
I preparativi li tennero occupati tutta la giornata, ma alla fine avevano svolto un bel lavoro. Un cameriere anziano, inoltre, smanettando con un vecchio giradischi, era riuscito ad aggiustarlo, mettendo di sottofondo qualche dolce sinfonia. Ad Alec non dispiaceva la musica, tuttavia non aveva mai imparato a suonare uno strumento a causa delle ristrettezze economiche familiari. Ne rimaneva però attratto.
Con la fronte sudata e le gambe stanche, si apprestò ad apparecchiare l'immensa tavolata. La tovaglia era bianca e immacolata: si abbinava perfettamente al soffitto specchiato. Sarebbe stato un grande peccato se qualcuno l'avesse sporcata, certe macchie erano impossibili da pulire.
Presto delle cameriere lo invitarono a lucidare le posate d'argento con loro, ridendo all'idea di trascorrere del tempo vicino a lui. Alec, da buon don Giovanni qual era, non esitò ad accettare, guadagnandosi qualche occhiata di disapprovazione da parte dei più anziani per la sua natura di libertino. In effetti era piuttosto bravo con le ragazze e gli piaceva fare il bellimbusto, anche se alla fine dei conti non si fidanzava mai. Era più un gioco che una caccia alla moglie perfetta. Le giovani erano praticamente ai suoi piedi e ridevano per ogni sua battutina. Anche Milly faceva parte di quel gruppo, ma era immune alle sue tecniche di seduzione. Se rideva, era perché trovava l'amico ridicolo.
Tuttavia il gioco venne interrotto bruscamente, quando venne annunciata l'imminente ispezione del signorino Durham. Tutti i domestici smisero di riposare, tornando a lavorare in un batter di ciglia. Fece il suo trionfale ingresso Clive, accompagnato dalla madre e ovviamente dal signor Hall. Ad eccezione della donna, erano zuppi dalla testa ai piedi. Alec non poté fare a meno di soffocare una risata, immaginando che i due avessero fatto una passeggiata per i parchi di Londra e avessero beccato un temporale. D'istinto si voltò verso una finestra: effettivamente stava piovendo, ed anche alquanto violentemente.
Ad ogni modo, Durham non pareva molto compiaciuto dell'infelice avvenimento. Invece, il signor Hall aveva stampato sulle labbra un brillante sorriso, evidentemente divertito dalla situazione. Quei due erano così diversi, eppure rimanevano profondamente connessi. Nel frattempo la signora Durham si era trattenuta sulla porta a parlare con Simcox, probabilmente per lamentarsi della servitù. Dopo un intenso respiro, Clive si avvicinò al tavolo contemplando con cura ogni minimo dettaglio. Il suo amico lo seguiva da molto vicino, sussurrandogli nell'orecchio per distrarlo. Alec osservava quell'insolita coppia con lo sguardo aggrottato. Sentiva che aleggiava un qualche segreto, e moriva dalla voglia di scoprirlo.
Intanto quei due si muovevano per la stanza senza fare caso a coloro che li circondavano: un atteggiamento senz'altro altezzoso. Il loro fascino da nobili colti colmava la stanza, tanto da ridurre le esistenze di tutti gli altri a un granello di sabbia insignificante. A riprova di ciò, Alec percepiva la loro presenza come un peso sulle spalle e non vedeva l'ora che si allontanassero. Ritornò con la mente alla sera precedente e all'intesa di cui era stato spettatore. Un senso di inquietudine s'impadronì di lui, così fu costretto a volgere gli occhi altrove.
Conclusa la sofferta ispezione, Clive condusse l'amico al pianoforte, spostato per l'occasione in un angolino. Gli stava mostrando la maestosità dello strumento, quando il signor Hall gli fece notare che i tasti erano bagnati. Entrambi rivolsero il loro sguardo al soffitto, scoprendo un buchino attraverso il quale entrava l'acqua piovana.
Clive borbottò frustrato, mentre l'amico si accendeva una sigaretta. Intervenne la signora Durham che confermò la presenza di quel buco. Dunque, esclamò: "Possibile che non ve ne siate accorti? Forza spostate il pianoforte prima che si rovini". Proprio mentre un collega stava per ubbidire, Alec, incitato da un'inspiegabile scossa elettrica, lo superò offrendosi volontario per quel lavoraccio. I padroni con noncuranza si allontanarono, intenzionati ad uscire dalla sala. "Vieni con noi?" chiese Clive al signor Hall, che annuì in risposta. Contrariamente, però, non li seguì.
Mentre Alec le tentava tutte, il gentiluomo si avvicinò al pianoforte notando la sua fatica. Senza dire una parola, strinse la sigaretta tra le labbra e tentò di sollevare lo strumento. Il domestico comprese al volo e accettò silenziosamente l'aiuto. Dopo aver impiegato parecchia forza muscolare, riuscirono a spostare il prezioso pianoforte lontano dalla pioggia. Scudder lo ringraziò con garbo, ma il signor Hall non replicò. Abbandonò semplicemente la stanza, ansioso di raggiungere l'amico.
A seguito di un momento di perplessità, Alec perdonò quel comportamento come una dimostrazione di riservatezza. In fondo l'uomo non era tenuto a discutere con un cameriere, ancor meno ad aiutarlo. Comunque, aveva apprezzato quel gesto così gentile e così inaspettato. Con uno straccio asciugò la tastiera e rimosse le impronte digitali che inevitabilmente aveva lasciato. Intanto i suoi colleghi si guardarono l'un l'altro, stupiti da quell'ospite a dir poco particolare.
Presto ripresero i preparativi e, prima che arrivasse la sera, quella sala da ballo aveva assunto le sembianze del Ritz. Erano tutti stanchi morti, tuttavia il riposo avrebbe dovuto aspettare. Alec si fiondò nella sua camera per una doccia rapidissima. Poi indossò l'uniforme per la cena, la quale era decisamente più elegante di quella che indossava di solito. Il suo aspetto doveva essere impeccabile: persino un ricciolo fuori posto gli sarebbe costato caro. Pertanto aveva prestato attenzione a non stropicciare la camicia che Milly si era offerta di stirare.
Quando tornò alla sua postazione, vi trovò già alcuni commensali. Afferrò un vassoio colmo di flûte di champagne e tracciò il perimetro della sala offrendo da bere agli ospiti. Durante la perlustrazione notò che Clive Durham e il suo amichetto non erano ancora arrivati, cosa alquanto prevedibile dato che il padroncino prendeva il suo tempo prima di mescolarsi tra persone indegne. Stranamente deluso, si avvicinò al buffet allo scopo di rubare qualcosina da sgranocchiare. Riuscì a sottrarre due bignè strapieni di panna e salmone affumicato, insomma una prelibatezza per i palato. Era in procinto di sgraffignare il terzo, ma la prudenza vinse la fame.
Pertanto tornò, come suo solito, ad osservare quella folla che man mano aumentava, studiando le loro personalità. Erano tutti appartenenti alla famiglia Durham, quindi erano necessariamente ricchi e superbi. Contemplò uomini e donne conversare, discutere e a tratti ridere, eppure il loro sguardo era assente. Alec provava compassione per queste anime vuote con i portafogli pieni, troppo impegnati a strafare per godersi la vita. Era in momenti come questo che il giovane si riteneva fortunato, poiché poteva assaggiare ogni sfumatura dell'esistenza umana a differenza di chi non aveva preoccupazioni per la testa.
Proprio nel momento in cui era perso nelle sue riflessioni, raggiunsero la sala gli ospiti più attesi della serata. I commensali applaudirono i Durham in segno di ringraziamento per la serata, ma i proprietari presto passarono in secondo piano. Consapevole di essere al centro dell'attenzione, Clive sorrise soddisfatto, anche se si poteva cogliere una nota di diffidenza nel suo sguardo. Invece il signor Hall, che era giusto al suo fianco, esprimeva la sua contentezza in maniera più discreta, come se tutta quella gente gli provocasse fastidio. Seguiva goffamente l'amico come la sua ombra, essendo disorientato in mezzo a quei facoltosi sconosciuti.
Dato che gli invitati erano al completo, rapidamente ognuno si sedette al proprio posto, riservando le chiacchere per il dessert. Alec non era a conoscenza del suo esatto compito, pertanto si limitò a rimanere immobile accanto al buffet. Fortuna volle che un cameriere lo tirasse per il braccio e in modo alquanto maleducato lo portò in cucina. Così scoprì che avrebbe dovuto aiutare gli altri domestici a servire le portate. Gli vennero subito affidati due piatti fumanti di zuppa. Il pungente odore di pesce lo infastidì, perciò tentò di raggiungere la sala il prima possibile.
Solo quando giunse a destinazione si rese conto di non sapere a chi fossero riservate quelle porzioni. Con una fugace occhiata notò che già metà dei commensali erano stati serviti, compresi i signori Durham e Hall. Pertanto, desideroso di liberarsi di quel peso, le servì ad una coppia di gentildonne interrompendo momentaneamente i loro pettegolezzi. Una delle due gli chiese garbatamente di riempire la caraffa siccome era già terminata l'acqua. Alec riconobbe Pippa Durham all'istante e si domandò perché fosse seduta così lontana dal fratello, mentre portava la caraffa nuovamente colma.
La giovane padrona lo ringraziò con un sorriso gentile che lui accettò di buon grado annuendo. Pippa era l'opposto di Clive, o piuttosto era più cortese con la servitù. Comunque, Alec apprezzava le sue buone maniere e sperava che le avrebbe mantenute anche dopo il matrimonio. Ora tutti gli invitati erano stati serviti e stavano gustando quel putrido intruglio di pesce. Contrariamente alle sue aspettative, la zuppa riscosse parecchio successo tra i commensali, che subito iniziano a tessere le lodi dello chef dell'hotel. Alec arricciò il naso, concludendo che quella gente era priva del gusto. Dato che la sua mansione era stata completata, decise di sistemarsi in un angolino nascosto, in attesa di ordini.
Le gambe gli cedevano a causa della stanchezza perciò, approfittando della distrazione altrui, appoggiò le spalle al muro. Sbuffò annoiato rivolgendo lo sguardo al soffitto specchiato. Quando abbassò di nuovo la testa, l'immagine di un uomo ugualmente tediato catturò la sua attenzione. Il signor Hall aveva evidentemente terminato i discorsi di cortesia e stava attendendo che Clive la smettesse di chiaccherare con un suo parente. Tamburellava nervosamente con le dita sulla tovaglia, infrangendo le regole del galateo. Sospirò sconfitto, poi mandò giù il suo calice di vino rosso.
Alec comprese che fosse infastidito, ma non sapeva il perché. Il motivo era certamente da ricercare in Clive, visto che l'esistenza del signor Hall pareva dipendere unicamente dal suo rapporto con il signorino. Osservò con estremo interesse mentre il gentiluomo si puliva le labbra vermiglie con il tovagliolo un tempo bianco. Tutte le volte che lo aveva visto, il signor Hall aveva sempre un'espressione serena e imperturbabile dipinta sul volto, come se nulla lo scalfisse. Tuttavia quella sera non era così e lo sguardo aggrottato segnalava bene il suo stato d'animo.
Si appoggiò allo schienale della sedia e sospirò nuovamente, quasi per richiamare l'attenzione su di sé. Si allentò il colletto della camicia, in seguito portò la mano tra i capelli dorati che brillavano grazie alle luci soffuse. Non riusciva a stare fermo, eppure allo stesso tempo non sapeva come muoversi. Alec studiò con cura quella figura intrigante, soddisfatto del nuovo passatempo. Meditò a lungo su quel lato nascosto del signor Hall, e gli piaceva, davvero molto. "Vorrei avere quello lì" pensò "Vorrei che lui ed io...".
Alec si pietrificò all'istante, imbarazzato dalle proprie riflessioni. Non erano cose da pensare quelle, soprattutto su un gentiluomo rispettabile come il signor Hall. Si sentì terribilmente in colpa per aver trascinato quel signore per bene nelle sue fantasie. Si ripromise di lasciarlo stare, ma i suoi occhi rimanevano incollati su di lui. E presto il suo sguardo fu ricambiato. Infatti, percependo di essere oggetto di contemplazione, il signor Hall alzò il viso e guardò dritto nella direzione del domestico. Alec quasi trasalì, tuttavia nonostante tutto gli era ancora impossibile staccargli gli occhi di dosso. Il gentiluomo, riconoscendolo, prima apparve sorpreso, poi tornò accigliato stavolta a causa della confusione.
Beccato con le mani nel sacco, Alec cominciò a sudare freddo. Destino volle, però, che proprio in quel momento miserevole Clive bisbigliasse qualcosa all'orecchio dell'amico. Questi immediatamente rivolse la sua piena attenzione a lui, dimenticandosi di quel domestico indiscreto. Il suo volto rivelò preoccupazione, mentre aiutava Durham ad alzarsi. I commensali iniziarono a fare domande, ma un pallido Clive le liquidò prontamente. Semplicemente non si sentiva molto bene, quindi avrebbe abbandonato la cena. Coincidenza fortunata, pensò Alec. Alcuni camerieri si offrirono di accompagnare il padrone e il signor Hall dovette lottare per rimanere al suo fianco.
Anche quando ormai i due avevano lasciato da un pezzo la sala, gli invitati non smisero di discutere sul loro conto. "Tipico dei ragazzi" esclamò la signora Durham "Bevono un sorso in più e l'alcol prende il sopravvento". Le chiacchiere vennero taciute e la cena proseguì senza alcun intoppo.
